PAV Bullettin

Mercoledì 24 giugno 2020
Dal momento in cui consideriamo questo nostro appuntamento settimanale anche come una sorta di piccolo osservatorio, siamo costretti ad aprire il bullettin di questa settimana con una brutta notizia. Un fatto che probabilmente non conoscerà grande risonanza mediatica, ma che dal nostro punto di vista rappresenta una piccola tragedia ecologica: più di 50 milioni di api sono morte nella zona settentrionale della Croazia, al confine con l’Ungheria. Le autorità locali hanno dichiarato il disastro naturale, ingaggiando veterinari e scienziati forensi per indagare a fondo questa vera e propria strage di insetti, una perdita enorme in termini di biodiversità. Si sospetta che la causa sia da ricercare nel massiccio utilizzo di pesticidi, ma anche nell’effetto destabilizzante che i cambiamenti climatici stanno causando nei delicati equilibri del pianeta.
The Guardian, sabato 21 Giugno 2020

Passando dagli insetti agli animali non umani, la situazione non migliora: vi proponiamo la traduzione della prima parte di «We are facing extermination»: Brazil losing a generation of indigenous leaders to Covid-19, il testo che il corrispondente del The Guardian da Rio de Janeiro Dom Philipps ha scritto relativamente al diffondersi della pandemia di Covid-19 tra le popolazioni indigene del Brasile – una questione che, come chi segue il nostro bullettin sa bene, ci è particolarmente cara.

Con un po’ di ritardo, vorremmo augurare uno splendido Juneteenth a tutti, augurandoci che il 19 Giugno, data di abolizione della schiavitù, diventi presto festa nazionale riconosciuta, com’è giusto che sia. Perché lo auguriamo a tutti e non a tutti gli afro americani? Perché crediamo profondamente che la schiavitù e l’eredità della schiavitù, del colonialismo e di qualsiasi tipo di violenza passata e presente ai danni delle persone afro discendenti in tutto il mondo, ci riguardi tutti senza alcuna distinzione: chi è costretto a dedicarsi ad una quotidiana pratica di guarigione ed auto guarigione di un trauma secolare e chi dovrebbe dedicarsi all’analisi e alla decostruzione dei propri privilegi – qui, una lettura interessante in tal senso!.

Gli ultimi consigli che vogliamo darvi ci riportano in Italia. Non si tratta di consigli di lettura o visione, bensì consigli di partecipazione ad eventi online organizzati da due soggetti collettivi, dal momento in cui siamo profondamente persuasi che per cambiare le cose, per costruzione nuove strategie d’azione e strumenti di pensiero, sia necessario un felice sforzo di unione e costruzione di nuove “istituzioni” co-costituite!

Il primo tocca direttamente le tematiche affrontate in apertura a questo appuntamento del bullettin, la crisi ecologica e l’opposizione ad essa. Si tratta della presentazione del gruppo Extintion Rebellion, che si terrà stasera alle 21 presso HUG di Milano, ma verrà trasmessa in diretta online – seguite il link segnalato!

«Crisi climatica. Devastazione ecologica. Distruzione della biodiversità. Siamo nel mezzo della sesta estinzione di massa e ogni giorno osserviamo il nostro ecosistema collassare. L’emergenza è sempre più grave e le prospettive per il futuro sempre più tragiche, mentre i governi si sono rivelati incapaci di affrontare la situazione in modo adeguato e di tutelare quindi il bene comune.» Recita il comunicato di XR «Cosa possiamo fare per affrontare la crisi climatica ed ecologica? Come possiamo mitigare gli effetti di questa crisi e ripristinare un equilibrio con la natura creando allo stesso tempo una società più giusta, più equa e più felice? Extinction Rebellion propone una strategia volta a ottenere quella trasformazione radicale e rapida del sistema tossico in cui viviamo che è necessaria.»

Forse ricorderete che in occasione del bullettin dello scorso 27 Maggio abbiamo menzionato il tavolo di lavoro Reddito: uno strumento per rifare il mondo. Il tavolo era coordinato da Institute Of Radical Imagination (IRI), un gruppo di curatori, attivisti, studiosi e produttori culturali che condividono l’impegno nella coproduzione di ricerche, conoscenze, interventi di ricerca artistica e politica, finalizzati alla costituzione di forme di vita post-capitaliste. L’istituto si propone come istituzione post-capitalista – o “quasi-istituzione” – un’interfaccia tra i domini istituzionali di università, musei e centri sociali in cui creare processi di contaminazione reciproca tra istituzioni artistiche e organizzazioni politiche – musei e centri sociali – per la convergenza di arte e vita. L’istituto vuole utilizzare l’arte – concetti, pratiche e competenze propri dell’arte – per sperimentare forme attiviste di pedagogia ed economia politica, ricorrendo a reti di attivisti e conoscenze specialistiche esterne all’arte al fine di democratizzare l’arte e le istituzioni culturali e costruire beni comuni culturali. Uno step importante saràla creazione di School of Mutation, una scuola online, una piattaforma per ri-pensare il mondo della cultura, condividendo esperienze e conoscenza dalle diverse città – Istanbul, Venezia, Milano, Madrid, Atene, San Pietroburgo, Londra e altri luoghi in cui vivono gli artisti, i teorici e gli attivisti del gruppo. School of Mutation verrà presentata domani, giovedì 25 Giugno, alle 18. Non perdetelo!

Mercoledì 17 giugno 2020
In questi giorni, i media fanno molto eco a tumulti più o meno grandi, dall’inesauribile energia che innerva le proteste di Black Lives Matter negli Stati Uniti alla nostra polemica sulla messa in discussione della legittimità della presenza della statua di Indro Montanelli. Purtroppo tendono ad ignorare i fatti che sono conseguenza delle ragioni profonde di quei tumulti. È a chi si batte contro questi quotidiani drammi, che si rifiuta di accettarne la normalizzazione, che va tutto il nostro supporto.

Una piccola modalità quotidiana per supportare qualsiasi minoranza oppressa, è modulare il nostro lavoro nell’ambito dell’arte contemporanea sulla base di riflessioni che mettano al centro quelle che il curatore del PAV Marco Scotini definisce lingue e letterature minori, prendendo in prestito la celeberrima nozione elaborata dai filosofi Deleuze e Guattari, minoranze di pensiero che vivono e lottano dentro e contro il linguaggio sedicente universale della maggioranza.

Abbiamo pensato di tradurre una lunga porzione, quella conclusiva, della conversazione, recentemente pubblicata da Mousse Magazine, tra Marco Scotini e Carol Yinghua Lu, una delle voci più interessanti nella scena curatoriale cinese. Nella parte che abbiamo scelto di tradurre, si parla proprio della relazione tra arte e minoranza e di come valorizzare un’arte di minoranza, dentro e contro il contemporaneo scenario globale. Si parla molto anche di ecologia in relazione all’arte, un’ecologia a sua volta situata e radicata in queste prassi ed esistenze dentro e contro, anziché assimilata e piegata ai paradigmi del mercato neoliberista globale – contro la riduzione dell’ecologia alla green economy, sostanzialmente.

Mercoledì 10 giugno 2020
Forse qualcuno si aspettava che il bullettin della settimana scorsa, coincidente con la riapertura al pubblico del parco del PAV, fosse l’ultimo di questa serie di appuntamenti nata durante il lockdown. Ma gli avvenimenti e le sfide sulle quali desideriamo riflettere insieme a voi si moltiplicano di settimana in settimana: il PAV Bullettin continuerà a farvi compagnia, a fianco di altre iniziative nello spazio fisico e virtuale, che presto annunceremo!

È stata una settimana decisamente intensa. L’onda delle proteste del movimento Black Lives Matter si è spinta oltre gli Stati Uniti e, negli ultimi giorni, decine di migliaia di persone si sono riunite in diverse città in Europa, in Asia, in Australia e in Sud America per esprimere solidarietà a chi protesta negli Stati Uniti e al tempo stesso declinare questa potente azione collettiva sulle violente forme che il razzismo assume nei diversi contesti nazionali, in maniera più o meno esplicita o mediatizzata.

15.000 persone hanno riempito Alexander Platz a Berlino, a Parigi i manifestanti hanno sfidato il divieto di assembramento imposto dalle misure di contenimento del virus riunendosi di fronte all’ambasciata statunitense, obiettivo, insieme a Parliament Square, anche delle decine di migliaia di manifestanti riuniti a Londra. Le proteste sono esplose anche a Manchester, Cardiff e in moltre altre città. A Bristol, la statua dello schiavista del XVII secolo Edward Colston è stata rimossa e gettata in un canale, un potente gesto di decolonizzazione della memoria storica inglese – Colston veniva paradossalmente ricordato per le sue attività di filantropia.

Da Bangkok a Francoforte, da Tokyo ad Amsterdam, da Seoul a Toronto (dove Regis Korchinski-Paquet, una donna nera di 29 anni, è morta in condizioni fortemente sospette durante l’incursione della polizia nel suo appartamento), il movimento Black Lives Matter assume i tratti di una protesta capace di unire rivendicazioni di tipo universale, focalizzandole e rendendole efficaci tramite la ricerca delle forme specifiche che il razzismo assume localmente. In Australia, da Sydney a Brisbane, decine di migliaia di persone si sono riunite anche per denunciare i casi, troppo frequenti e troppo numerosi, di indigeni australiani morti mentre si trovavano sotto la custodia della polizia.

L’adesione globale al movimento Black Lives Matter fa impallidire il reiterato tentativo di criminalizzazione e repressione del movimento stesso da parte del presidente Donald Trump, che, ancora chiuso nel bunker nel quale si è rifugiato da qualche giorno, ora prova a sminuire le proteste dal punto di vista numerico, inevitabilmente confutato dai video e dalle immagini che stanno circolando a livello globale.

Un artista che da decenni offre una potente lettura delle modalità con cui i movimenti – e i movimenti afroamericani in particolare – sono riusciti ad influenzare la storia è Tony Cokes. In un suo celebre lavoro del 1988, Black Celebration, realizzato per il Bronx Museum of the Arts, Cokes fonde le riprese di rivolte nei quartieri neri negli anni ’60 con brani musicali e citazioni testuali per un’incisiva contro-lettura dei fatti. Scrive Cokes: «Questa videocassetta riguarda i disordini avvenuti a Watts, Los Angeles, nell’agosto 1965 e nei quartieri neri di altre città americane, negli anni ’60. L’opera in bianco e nero utilizza filmati di cinegiornali di eventi a Watts, Boston, Newark e Detroit intervallati da commenti testuali. Le voci fuori campo dei cinegiornali vengono sostituite dalla musica. L’intento del pezzo è quello di presentare una lettura che contraddica i discorsi convenzionali, che vogliono descrivere queste rivolte come criminali o irrazionali».

Se desiderate approfondire il lavoro di Tony Cokes, in relazione alle recenti proteste e rivolte, vi consigliamo la visione del video Tony Cokes: To Live as Equals, una conversazione tra l’artista e Irit Rogoff tenutasi in occasione dell’opening della mostra personale Tony Cokes: To Live as Equals curata da Thiago de Paula Souza al BAK, basis voor actuele kunst di Utrecht, lo scorso 28 Febbraio. La mostra è stata sospesa in ottemperanza alle disposizioni locali per il contenimento della pandemia, ma verrà riaperta il prossimo 18 Ottobre. Al lavoro di Cokes sarà dedicata, sempre in autunno, anche una mostra al MACBA di Barcellona, curata da Anna Cerdà Callís.

Anche le piazze italiane, negli scorsi giorni, sono state attraversate ed abitate dai partecipanti a manifestazioni solidali al movimento Black Lives Matter. Sabato 6 Giugno, nella nostra Torino, Piazza Castello si è popolata di manifestanti vestiti di nero che, rigorosamente seduti ad un metro di distanza gli uni dagli altri, hanno osservato 8 minuti e 46 secondi di silenzio, lasso di tempo equivalente all’agonia di George Floyd, soffocato dall’agente Chauvin.
In quella piazza solenne ed emozionante c’eravamo anche noi. Seduta alle nostre spalle, una giovane donna alzava un cartello recante la scritta: «Ágatha, João Pedro, João Vitor, Rodrigo, Ana Carolina, Ketellen, Jennifer, Kalia, Kauan, Kalié, Pedro Henrique, Marcos Vinicius, Evaldo, Amarildo… quanti altri ancora? Lo stato brasiliano uccide brasiliani di colore».

Non conosciamo il nome della persona seduta a poca distanza da noi, ma la sua testimonianza è per noi di fondamentale importanza: ci sono forme di razzismo istituzionale e strutturale sparse in giro per il mondo, così come nel nostro stesso paese, che troppo facilmente passano in sordina. È bastata una veloce ricerca online per scoprire che molti dei nomi riportati in quel cartello sono nomi di bambini neri, rimasti uccisi nel corso di operazioni di polizia in Brasile. Come Ágatha Sales Félix, che è stata colpita alla schiena da un proiettile vagante, nella favela Complexo do Alemao a Rio de Janeiro. L’agente di polizia responsabile della morte della bambina, ha dichiarato che stava mirando ad un sospetto armato, ma le indagini hanno smentito la sua versione dei fatti. Félix è una dei sei bambini uccisi da proiettili vaganti nelle strade di Rio nell’ultimo anno. Un altro dei nomi sul cartello è quello di Ketellen Umbelino de Oliveira Gomes, una bambina di 5 anni uccisa mentre si recava a scuola lo scorso novembre. L’organizzazione no profit Rio de Paz riporta che, dal 2007, almeno 66 bambini sono morti nello stesso modo nell’area di Rio.

«Mi dispiace per tutti i morti, ma è la fine di tutti noi» forse è quel che il presidente populista di destra del Brasile, Jair Bolsonaro, pensa della morte in generale: certamente è quel che ha affermato, in termini retorici e propagandistici, ad una sostenitrice che gli chiedeva una parola di conforto di fronte al vertiginoso tasso di contagi di Covid-19 che nelle ultime settimane è esploso in Brasile. Sull’infausta scia di Donald Trump, anche Bolsonaro minaccia di abbandonare l’OMS, accusando l’organizzazione di pregiudizi ideologici nella gestione della crisi pandemica; inoltre, il governo brasiliano ha deciso di oscurare il sito web del Ministero della Sanità con la mappa dei nuovi contagi e di non pubblicare nuovi dati su contagi e decessi, in quanto, seguendo le dichiarazioni di Bolsonaro, «i dati cumulativi non riflettono il momento in cui si trova il Paese».

La violenza esplicita e strutturale dello stato brasiliano, com’è prevedibile e come già sottolineato nel precedente bullettin, colpisce sistematicamente le popolazioni indigene: secondo un recente sondaggio dell’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (Apib), 178 indigeni che vivevano nelle riserve amazzoniche sono morti a causa del Covid-19. Non fidandosi del governo, le organizzazioni indigene si sono strutturate per rendere conto delle loro vittime. Secondo il Cimi (Consiglio Indigenista Missionario) è necessaria «una denuncia internazionale alla Corte interamericana dei diritti umani (Cidh) contro il governo Bolsonaro per flagrante caso di genocidio, dato il modo deliberatamente disorganizzato e distratto attraverso cui il Governo tratta la pandemia».
Secondo l’organismo missionario, «per omissione o razzismo istituzionale, il Governo di Bolsonaro cerca di spingere le vite umane colpite dalla pandemia sotto il tappeto, sottostimando l’alto tasso di mortalità tra gli indigeni, il rischio imminente di genocidio e non consente di avere un quadro completo e dettagliato per prendere adeguate misure sanitarie che prevengano il genocidio di villaggi e popoli. Il caso è sorprendente e sciocca la comunità internazionale».

Il popolo Yanomami ha lanciato la campagna mondiale #ForaGarimpoForaCovid: la campagna denuncia il collegamento tra il diffondersi della pandemia e le azioni di oltre 20.000 garimpeiros (cercatori d’oro) che, con la copertura politica di Bolsonaro, sono penetrati illegalmente nei territori indigeni. Il 40% degli Yanomani rischia di subire il contagio del virus nelle zone di estrazione mineraria, dove i cacciatori d’oro, principale vettore di diffusione del virus, lavorano a stretto contatto con le popolazioni indigene prive di anticorpi. Ne parlava lo scorso 2 Giugno Survival, movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni.

In chiusura, ci sembra significativo accostare le lotte delle popolazioni indigene, che vedono inscindibilmente legate la tutela dei loro corpi e dei loro territori, con la tematica della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2020, celebratasi come ogni anno lo scorso 5 Giugno. Go Wild for Life richiama l’attenzione sul commercio illegale degli animali selvatici: l’uccisione e il traffico delle specie in via di estinzione non solo minacciano la biodiversità ma danneggiano altresì l’economia, favoriscono il crimine organizzato e incrementano la corruzione.

Mercoledì 3 giugno 2020
Ieri, dopo tre mesi, abbiamo finalmente riaperto i cancelli del nostro parco al pubblico! Abbiamo deciso di concentrare tutte le nostre attività all’aperto, per facilitare la consona applicazione delle linee guida per il distanziamento interpersonale, del resto, avendo la fortuna di disporre di 23.000 metri quadri di area verde, sede di una nutrita collezione permanente di installazioni, come avremmo potuto non approfittarne?

Si può accedere al parco direttamente dall’entrata in Via Giordano Bruno 39/A e potete trovare a questa pagina i nuovi orari e le informazioni per pianificare una visita al PAV.
Ci raccomandiamo di non dimenticare la mascherina, in ottemperanza alle disposizioni regionali!

Il nostro programma di attività riprende invece Sabato 6 Giugno con il workshop Amazzonia Revival, nel quale Piero Gilardi guiderà attività e riflessioni sulla tutela ambientale, ricollegandosi alla terribile stagione di incendi che nel 2019 hanno causato la perdita di dodici milioni di ettari di foreste in Amazzonia. «Dopo la cattività dovuta all’insorgere della pandemia» recita il comunicato che accompagna il workshop «la Terra intera e i suoi abitanti hanno bisogno di aria, di aria salubre, oggi come non mai».

Il riferimento al bisogno d’aria che chiude il testo di presentazione del workshop, rimanda a lotte di cocente attualità e alle parole potenti che sono state elette a manifesto di quelle lotte. Anche se il testo in questione è stato scritto ben più di una settimana fa, non è difficile accostare l’Amazzonia, il polmone del pianeta nell’immaginario e nel linguaggio collettivo, alla necessità di respirare che unisce i corpi delle centinaia di migliaia di vittime della pandemia e il corpo di George Floyd. Come tutti ormai saprete, lo scorso 25 Maggio, George Floy, un uomo afroamericano, è stato ucciso dall’agente della polizia di Minneapolis Derek Chauvin. Sul corpo dell’uomo sono state eseguite due autopsie. Entrambe confermano che si sia trattato di omicidio, ma mentre la prima, predisposta dalla Contea di Hennepin, attribuisce la causa della morte ad un arresto cardiaco, una seconda autopsia indipendente voluta dalla famiglia di Floyd, afferma che si sia invece trattato di asfissia. La scena è stata registrata tramite i loro smartphone da diversi testimoni e l’audio di quei video ferma la voce di George Floyd pronunciare «I can’t breathe», non riesco a respirare.

Non riusciva a respirare neppure Eric Garner, soffocato da un agente di polizia nel Luglio 2014, dopo aver ripetuto per ben undici volte la stessa frase, «I can’t breathe». Questo è lo slogan che ora infiamma proteste e rivolte negli Stati Uniti e iniziative di solidarietà in tutto il mondo, mentre Donald Trump, rifugiatosi in un bunker, fomenta l’odio razziale tramite i social network.

Marie Moïse, attivista e dottoranda in filosofia politica all’Università di Padova e Tolosa II, co-autrice di Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (Effequ 2019) e co-traduttrice di Donne, razza e classe di Angela Davis (Alegre, 2018), ha scritto uno splendido articolo pubblicato il 27 Maggio su Jacobin Italia. In un passaggio di Il diritto di respirare. Nel nome di George Floyd, Marie Moïse intreccia la propria voce a quella del filosofo Achille Mbembe, menzionandone un recente articolo nel quale Mbembe «scriveva di come il Covid-19 abbia fatto emergere un elemento inquantificabile e che travalica ogni presupposto confine tra le forme del vivente: la centralità del respiro. Un gesto originario, l’atto vitale per eccellenza, che immette in una relazione primaria il corpo con il suo essere nel mondo che la stessa attività umana, distorta e deviata dall’oppressione sociale e dallo sfruttamento delle risorse in tutte le sue forme, ha distrutto, inquinato, strozzato. Con le scorie della produzione inquinante e intensiva, con il disboscamento, con le epidemie che hanno devastato il Sud del mondo negli scorsi decenni, con le carenze dei sistemi sanitari. “Prima di questo virus l’umanità era già minacciata di soffocamento”, scrive Mbembe. E come abbiamo visto in questi mesi sono state proprio le categorie sociali più fragili ad aver esposto maggiormente la vita a questa pandemia, i Neri negli Stati uniti in primis».

Marie Moïse ci ricorda anche che non possiamo guardare al razzismo istituzionale statunitense come se la questione non ci riguardasse, come se l’Europa e in particolare l’Italia ne fossero immuni. Nell’articolo si ricordano i casi francesi di Adama Traoré ucciso per aver rifiutato di mostrare i documenti e dell’affaire Théo (del quale non scriveremo per riguardi nei confronti dei nostri lettori più sensibili, ma chi volesse può facilmente reperire molte informazioni in rete) ma anche Vakhtang Enukidze, morto in Italia durante un pestaggio della polizia nel Cpr di Gradisca, lo scorso gennaio. Due anni dopo la sua morte, vorremmo aggiungere a questa atroce lista il nome di Soumaila Sacko, bracciante e sindacalista ucciso in Calabria, mentre cercava lamiere per costruire un riparo di fortuna destinato ad altri braccianti.

Ritorniamo alla foresta amazzonica: il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, le cui posizioni sono ormai tristemente note per il loro impatto negativo sull’ambiente e sugli esseri umani,  sembra non avere alcuna intenzione di arrestare le sue aggressive politiche di sviluppo commerciale dei territori della foresta Amazzonica,  inclusa l’attività mineraria e l’agricoltura su larga scala. Bolsonaro ha affermato che sotto la terra dove abitano le popolazioni indigene ci sia una grande ricchezza e sta portando avanti un sistematico smantellamento del sistema di protezione per le comunità indigene previsto dalla Costituzione: nell’ultimo anno ha drasticamente ridotto i fondi statali destinati alla National Indian Foundation, l’agenzia federale responsabile della tutela dei diritti degli indigeni.

Senza la forza delle popolazioni indigente e della cultura indigena, delle loro cosmologie della terra, la foresta, come George Floyd e Eric Garner, non può respirare. Il corpo degli individui e gli innumerevoli corpi le cui vite si intersecano negli ecosistemi sono una cosa sola, di fronte alla violenza istituzionale e sistemica che agisce per imporre le logiche egemoniche del capitalismo. Mentre le strade delle città statunitensi diventano l’arena del conflitto tra le comunità furiose ed esauste e le forze di polizia, anche a Rio de Janeiro, di fronte al palazzo del governo, centinaia di persone si sono riunite per protestare contro gli abusi commessi dalla polizia ai danni delle comunità nere dei quartieri popolari della città. A Maggio, Joao Pedro Pinto è stato ucciso durante un’azione dei federali nella favela di Complexo Salgueiro: aveva solo quattordici anni.
Tutto questo mentre in Brasile la pandemia dilaga con una virulenza senza eguali in America Latina anche a causa delle politiche, degli errori e dell’atteggiamento prima negazionista e poi approssimativo del governo Bolsonaro.

Tra i lavori in mostra nella cornice de La Macchina Estrattiva, mostra collettiva tenutasi al PAV nel 2017, era incluso anche il breve film Learning To Live With The Enemy (Portogallo/Brasile 2013, 9′) di Pedro Neves Marques che mostra una fabbrica di biocarburanti e coltivazioni su larga scala, mentre una voce narrante chiede: che cosa significa convivere con il nemico? Insieme all’artista Mariana Silva, Pedro Neves Marques porta avanti la ricerca di Inhabitants, un canale online dedicato video e documentari d’inchiesta. Inhabitans produce e trasmette in streaming video di breve durata concepiti per la distribuzione in rete ed ogni episodio è dedicato ad una differente tematica.
Il 31 Maggio, Inhabitants ha segnalato un video prodotto nel 2017, dopo un incontro con gli attivisti di Copwatch e Witness.org
Il video indaga il modo in cui il video possa costituire uno strumento in relazione agli abusi di potere. Si intitola How Does Video Becomes Evidence? e potete vederlo qui.
Sempre dall’archivio della piattaforma Inhabitants, se gli argomenti toccati nel Bullettin di oggi sono di vostro interesse, non potete perdere Molecular Colonialism: A Geography of Agrochemicals in Brazil, creato a partire dalle ricerche di Larissa Mies Bombardi.

Venerdì 29 maggio 2020
Oggi vi regaliamo la lettura di Piero Gilardi. L’uomo e l’artista nel mondo, il catalogo monografico pubblicato con Prinp Editore nel 2013, in occasione della mostra personale Piero Gilardi. Recent Works 2008-2013.
Scarica Piero Gilardi. L’uomo e l’artista nel mondo (versione PDF)

Mercoledì 27 maggio 2020
Lo scorso giovedì 21 maggio, in particolare nel territorio foggiano, in migliaia hanno partecipato al cosiddetto “sciopero degli invisibili”, indetto per protestare contro il carattere nient’affatto inclusivo e lo scarso slancio politico della recente sanatoria dei lavoratori irregolari.
La notizia ci dà l’occasione per presentare i primi due consigli di lettura – e ascolto! – di questa settimana, strumenti utili ad approfondire il campo d’intersezione tra ambiente, economia e diritti umani. Concetti pensabili separatamente solo se li si analizza in termini di costrutti sociali derivanti dal senso comune, dalla cultura egemone: come l’ecologia politica c’insegna, invece, si tratta di una rete, un groviglio di fattori e attori indistricabilmente connessi.

Mettetevi comodi, perché il primo contributo che vi consigliamo vi richiederà un po’ di tempo. L’ autonomia ritrovata: agroecologia e comunità del cibo nella transizione ecologica è una conversazione organizzata lo scorso 4 Maggio dal canale YouTube Ecologia Politica Network, in cui il ricercatore dell’università di Nottingham Andrea Ghelfi tocca le tematiche della sostenibilità ambientale e alimentare, dell’agrobusiness e della difesa dei beni comuni nella cornice della crisi pandemica. Questo intervento può essere integrato dalla lettura della traduzione dell’articolo del docente brasiliano Paulo Alentejano (originariamente pubblicato il 9 aprile 2020 su Brasil De Fato e reso disponibile al pubblico italiano dal Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio) che riprende ed attualizza il suo testo del 1998 Riforma agraria per risolvere la crisi urbana. In relazione alla situazione attuale, Alentejano spiega che «la creazione di agglomerati di migliaia di animali confinati in piccoli spazi è una fonte inesauribile di moltiplicazione di malattie, alcune delle quali circolano tra loro, ma altre finiscono, attraverso mutazioni, per saltare dagli animali agli umani, come sostengono anche Altieri & Nicholls: ”Le grandi proprietà che hanno decine di migliaia di uccelli o migliaia di maiali, in nome di una produzione efficiente di proteine, creano un’opportunità per i virus come l’influenza di mutare e diffondersi. Più di 50 milioni di polli e tacchini negli Stati Uniti sono morti per l’influenza aviaria. Le pratiche in queste operazioni industriali (confinamento, esposizione respiratoria ad alte concentrazioni di ammoniaca, acido solfidrico, ecc. che provengono dai rifiuti) non solo rendono gli animali più sensibili alle infezioni virali, ma possono fornire le condizioni in cui gli agenti patogeni possono evolversi in virus più contagiosi e infettivi”».

Indugiando un po’ sullo scenario brasiliano, in questo momento globalmente denso di fonti di preoccupazione, ne approfittiamo per menzionare un’ottima notizia: lo staff del Museu de Arte de São Paulo Assis Chateaubriand (MASP) si arricchisce della presenza di Sandra Benites prima curatrice indigena ad entrare in una grande istituzione artistica del paese. «Il progetto della mostra Histórias indígenas» afferma Benites, introducendo il futuro programma del MASP «è di grande importanza per risvegliare le memorie indigene, rimaste in gran parte sopite. Quando parliamo di storie, parliamo di conoscenza ancestrale e l’obiettivo, qui, è raccontare queste storie da una prospettiva indigena sulla ywy rupa, la nozione di territorialità del popolo Guaraní». Nella programmazione del PAV, abbiamo raccontato in diverse occasioni, grazie al supporto di tante pratiche artistiche, come la conoscenza delle popolazioni indigene di tutto il mondo sia profondamente connessa alla tutela degli ecosistemi e non possiamo che dirci entusiasti di fronte al fatto che, finalmente, le conoscenze indigene riescano a penetrare i confini del sistema dell’arte contemporanea, senza la mediazione di figure assimilabili alla cultura eurocentrica.

Ma torniamo alle nostre latitudini: nell’intervento tenuto durante l’incontro Reddito: uno strumento per rifare il mondo, nel contesto di Dalla città creativa alla città della cura: proposte per nuovi paradigmi relazionali, tavolo di lavoro del Forum dell’Arte Contemporanea, Nicolas Martino menziona Hopefulmonsters un testo di Lucio Castellano del 1981. «Dicono che in genetica si usi il termine hopefulmonsters (mostri pieni di speranza) per denotare i mutanti protagonisti dei “salti” che hanno scandito l’evoluzione» scriveva Castellano, rifacendosi al linguaggio scientifico e traslandolo poi in una sorta di metafora per parlare di quei soggetti che si affacciavano al mondo del lavoro culturale, allora all’inizio di un’inedita fase di espansione. Nicolas Martino, insieme ad Ilaria Bussoni, è responsabile del coordinamento editoriale del magazine Opera Viva, più volte citato in questo bullettin. E proprio hopefulmonsters è il termine con cui Opera Viva titola una serie di interventi tra i quali, questa settimana, citiamo Arte, Ecologia e Femminismi, una delle tre sezioni del convegno ECO/LOGICHE. Politiche, saperi, corpi e soggettività nel tempo della crisi ambientale, curato da Millepiani Eteropia. Tra i diversi relatori, il curatore del PAV Marco Scotini ci regala una riflessione legate al rapporto tra arte ed ecologia: «il pensiero ecologico, come tale, non può che confliggere con ciò che è presunto omogeneo e costante, con ciò che obbliga la terra ad essere centrata, misurata, espropriata, così come la vita ad essere biogeneticamente controllata, colonizzata, patriarcalizzata» scrive Scotini «la stessa categoria di arte dovrebbe subire una forte inversione perché l’arte, come la scienza, la geografia o la storia, nasce da una separazione originaria: così come la mente dal corpo, il pensiero dall’azione, la cultura dalla natura. Diciamo che questi dualismi (tipicamente occidentali) sono anti-ecologici».

In attesa del convegno, domani giovedì 28 maggio si terrà una prima discussione pubblica, aperta a chiunque voglia partecipare. Non perdetela!

Lunedì 25 maggio 2020
Nell’attesa della riapertura del PAV il 2 giugno, alla quale come segno di continuità con le sue prassi partecipative seguirà sabato 6 giugno un workshop di Piero Gilardi, riviviamo con piacere il workshop Noi come animali (2012)
Link al video sul canale youtube del PAV

Venerdì 22 maggio 2020
Il 22 maggio si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale della biodiversità e ci sembra interessante proporvi la lettura del catalogo Internaturalità (Prinp Editore, 2013) nel quale diverse narrazioni sulla natura sono state presentate al PAV attraverso esposizioni e workshop con: botto&bruno, Critical Art Ensemble, Andrea Caretto|Raffaella Spagna, Gabriella Ciancimino, Brigitte de Malau, Agostino Ferrari, Piero Gilardi, Henrik Hakansson, Norma Jeane, Laurent Le Deunff, Filippo Leonardi, Nja Mahdaoui, Lucy+Jorge Orta, Luana Perilli, Cesare Pietroiusti, Christophe Quirino Spoto, Laura Viale, Uli Westphal.
Scarica Internaturalità (versione PDF)

Mercoledì 20 maggio 2020
Oggi è la giornata mondiale delle api, istituita per attirare l’attenzione della popolazione mondiale e dei politici sull’importanza della protezione delle api, ricordandoci che dipendiamo da loro e da altri impollinatori e che quindi dovremmo proteggere questi esseri viventi, fermando, in primis, la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi, contribuendo ad uno sviluppo sostenibile. Pochi giorni fa, l’esplosione avvenuta in una ditta di prodotti chimici di Marghera ha lasciato l’intero territorio con il fiato sospeso, per paura delle gravissime conseguenze sui livelli d’inquinamento. Le testate locali riportano fotografie di pesci morti nelle acque della laguna. Uno dei due operai coinvolti nell’incidente versa in condizioni gravissime. Il 20 Maggio è anche la data d’introduzione dello Statuto dei Lavoratori, che oggi compie 50 anni. Non è certo nostra intenzione affiancare api e lavoratori e lavoratrici in un parallelismo retorico, magari fondato sul concetto di operosità. Sarebbe quantomeno banale! Ma, come centro d’arte contemporanea che si interroga quotidianamente sulla bella e ormai più volte citata nozione di Donna Haraway di naturacultura, la coincidenza tra le due date ci dà un’occasione per ricordarci e ricordare di come lavoro ed ecosistemi siano strettamente legati e che, in questo momento di ripartenza, dovremmo mettere al primo posto un grande slancio immaginativo in direzione di un nuovo modo di concepire il lavoro. Abbiamo bisogno di processi produttivi che non si fondino più sull’estrazione di valore dall’ambiente. Al contrario, dovremmo lavorare in direzione della tutela dell’ambiente, investendo nella ricerca per una progressiva ma repentina decarbonizzazione. Dovremmo lavorare per tutelare la biodiversità, per divulgarne la conoscenza. Dovremmo lavorare rifiutando la falsa opposizione tra tutela dell’ambiente e dei posti di lavoro, perché la salute degli ecosistemi è anche la salute dei lavoratori. Forse dovremmo lavorare, persino, per trovare un modo sostenibile per lavorare un po’ meno! Per questo, oggi vogliamo aprire la nostra carrellata di consigli raccomandandovi di recuperare una copia di Epidemia 02. L’urlo dell’asino di Michael Taussig ed altre storie da Taranto, rivista dell’omonimo collettivo: “crediamo che il pensiero critico e filosofico, così come l’arte” scrivono “emerga dalla concretezza dei corpi e dei vissuti e che bisogni continuare a curare, tradurre e vivere testi (e immagini) insieme a contesti e lotte”. Di lavoro, precarietà, ambiente, futuro del lavoro, nuove soluzioni e nuove istituzioni, parla anche il bell’intervento di Giuseppe Allegri per Fondazione Feltrinelli, che circa un anno fa pubblicava Per una Repubblica Europea della solidarietà collettiva. Inserire questo testo tra i nostri consigli ci permette di metterci a giocare con una sorta di matrioska, perché Allegri stesso elenca una numerosa serie di rimandi ad altrettanti spunti di riflessione e studio. Già che siete sul sito della Fondazione Feltrinelli, leggete la newsletter tematica La Costituzione in Fabbrica. E, questa sera non perdete la loro iniziativa digitale Io [r]esisto in diretta alle 18:00 sulla pagina Facebook. Proseguendo con la modalità matrioska, vi raccomandiamo di mettere un bel like alla pagina Facebook di Centrale Fies che sta portando avanti PERFORMANCE WIDE WEB, progetto dove “seleziona l’esistente e si fa piccolo tassello di una rete in espansione; nasce per condividere e rilanciare progetti, movimenti, conversazioni, programmazioni di artist^, curator°, lavorator* che si muovono nell’ambito delle pratiche artistiche e performative.”

Sappiamo di avervi già consigliato una diretta per stasera alle 18:00, ma vogliamo arricchire l’offerta odierna segnalando il secondo appuntamento di Relazioni – Idee per un futuro partecipato, ciclo di tre incontri partito lo scorso mercoledì 13 maggio, organizzato da cheFare, Itinerari Paralleli e Fondazione Compagnia di San Paolo. Ma non fatevi prendere dall’ansia della diretta, perché tutti i video rimarranno disponibili sulla pagina Facebook #PartecipazioneCSP.

Chiudiamo l’appuntamento di oggi con due video: con il primo torniamo sul già segnalato Climate Propagandas di Jonas Staal, questa volta nella declinazione offerta dal Public Seminar del CCC della HEAD di Ginevra. E in ultimo, per chi l’avesse perso, raccomandiamo l’imperdibile conversazione tra Donna Haraway, Claudia Durastanti e Loredana Lipperini: Come sopravvivere su un pianeta infetto all’interno del ricchissimo palinsesto di #saltoextra, edizione straordinaria del Salone Internazionale del Libro 2020.

Lunedì 18 maggio 2020
In un giorno di riapertura di spazi dedicati alla cultura, di luoghi dedicati alla ristorazione e molti altri, ci piace ripensare ai momenti conviviali trascorsi insieme.
In questo breve video una performance legata all’opera La Table de Circé di Brigitte de Malau, che presto potrete rivedere nel parco del PAV.
Link al video sul canale YouTube del PAV

Venerdì 15 maggio 2020
Ed eccoci con il catalogo L’Ethos del Vivente che ripropone le mostre e le attività del PAV svolte nel 2012 e ha visto la partecipazione di: Critical Art Ensemble, Etienne de France, Ettore Favini, Piero Gilardi, Green ON, He-He, Norma Jeane, Diego Scroppo, Collettivo Terra Terra, Seçil Yaylali .
Scarica L’Ethos del Vivente (versione PDF)

Mercoledì 13 maggio 2020
In questi giorni, in cui ricominciamo cautamente ad uscire di casa e a riprendere le consuete attività lavorative, crediamo sia importante aprire questo nostro ormai consueto appuntamento con un appello a ripensare le modalità con cui ci approcciamo a ciò che riteniamo, appunto “consueto”, “normale”. Che la normalità fosse il problema, frase ripresa dal murale cileno la cui immagine ha fatto il giro del mondo, è ormai uno slogan ripreso ad ogni latitudine. Ma anche i concetti più rilevanti, rischiano di depotenziarsi quando diventano slogan, parole chiave, ripetuti fino a privarsi di senso. Lo ripetiamo, quindi, nella piena coscienza che questa potente messa in discussione della “normalità” debba innervare le nostre azioni, farsi pratica quotidiana: la normalità non va solo ripensata, va agita in maniera radicalmente diversa. Vogliamo quindi riprendere questo articolo sull’invito lanciato dal filosofo francese Bruno Latour, che abbiamo in parte tradotto: “Mettiamoci alla prova, cerchiamo di capire se siamo in grado di immaginare in anticipo, già da ora, cosa vogliamo mantenere […] e cosa vogliamo si blocchi”.

Cosa vogliamo bloccare? Anzitutto le forme di discriminazione, marginalizzazione e violenza che si  vengono generate da un sistema (ancora) intrinsecamente razzista, classista e sessita e che si abbattono, prima di tutto, sui corpi. Questo articolo di Giulia Siviero ci offre una preziosa panoramica di posizioni assunte in tal senso da diverse filosofe e filosofi. Tra tutti vogliamo citare la voce preziosa dell’italiana Adriana Cavarero, che afferma che «nella pandemia prevale la cura del corpo dell’altro, la vulnerabilità, che ha occupato il centro. C’è un senso di comunità in tutto questo e dunque di compassione, che è cooperazione e corresponsabilità, un’inclinazione praticata che spoglia l’inclinazione dallo stereotipo che la vorrebbe un’attitudine femminile, che ora riguarda tutti, e che racconta il fallimento o mette in discussione il soggetto che si vorrebbe immune da ogni possibile interferenza con l’esterno, che vorrebbe tutto a propria misura».

Ripensare il rapporto con il corpo, proprio e altrui, comporta necessariamente “decolonizzare la narrazione rispetto al punto di vista eurocentrico e patriarcale”, parole riprese dall’intervista di Lorenza Pignatti al curatore del PAV Marco ScotiniNel testo, la normalità viene messa in discussione anche per quanto concerne la dimensione della produzione artistica e dell’exhibition making in particolare, una riflessione che dovremmo tutti quanti tenere a mente in questi giorni in cui si discute la possibilità di riapertura dei musei, delle gallerie, delle fondazioni e di tutti gli spazi dedicati all’arte.

E rimaniamo nell’ambito delle possibilità di visione politica di cui è capace l’arte, consigliandovi l’ultimo numero della rivista Afterall, che dedicato il suo issue 49, intitolato Extractivism, ad una serie di pratiche che analizzano le problematiche ambientali in relazione al capitalismo estrattivo. Vi segnaliamo, tra l’altro, che nel testo The Occupied Forest di Macarena Gómez-Barris si parla, tra gli altri, del lavoro di Ursula Biemann e Paulo Tavares esposto al PAV nel 2017 in occasione della mostra collettiva intitolata proprio La Macchina Estrattiva. Chiudiamo, tornando alla centralità del pensiero femminista, menzionando il lavoro di divulgazione e invito alla riflessione di un altro spazio della cultura torinese, l’Unione Franco Antonicelli, che in questo articolo della rubrica Letture Tendenziose ci regala due video dedicati al pensiero di Alice Munro e Christine Delphy.

Lunedì 11 maggio 2020
Nell’autunno del 2011 abbiamo accolto per la prima volta il CAE Critical Art Ensemble e con loro abbiamo sviluppato il progetto New Alliance, ancora in corso e visibile nel parco del PAV… più attuale che mai.
“La proposta del CAE consiste nel mettere insieme la condizione di precarietà vissuta dalle piante a rischio di estinzione, con quella degli spazi di socialità e di natura minacciati da più fronti, così da rafforzare e proteggere entrambi, per dare vita a una Nuova Alleanza.”
Workshop_23/NEW ALLIANCE, condotto dal Critical Art Ensemble, a cura delle AEF Attività Educative e Formative.

Venerdì 8 maggio 2020
Oggi torniamo al 2011, con il catalogo Paesaggi del Corpo-Ambiente (E20progetti, 2011) che riporta le mostre e le attività del PAV svolte con la partecipazione di Evgen Bavcar, Enrica Borghi, Marta De Menezes, Andreas Gedin, Piero Gilardi, Eduardo Kac, Luigi Mainolfi, Dario Neira, Collettivo Nooffice, Andrea Polli.
Scarica Parco Park Parc (versione PDF)

Mercoledì 6 maggio 2020
Bentornati all’appuntamento del mercoledì con i consigli di lettura, visione e riflessione elaborati dallo staff del PAV. Magari siete arrivati qui leggendo l’articolo dedicato a questo bullettin, pubblicato da La Repubblica Torino il 30 Aprile. Oppure vi siete imbattuti in una delle fotografie che ritraggono la resilienza della natura pubblicate su Instagram in risposta alla nostra challenge #pavnatureinlockdown.

Oggi cominciamo la nostra settimanale carrellata di consigli riprendendo un tema da anni caro al PAV, l’ecofemminismo: lo facciamo consigliandovi due articoli di Elvira Vannini. Il primo, Madame La Terre e Monsieur Le Capitalh pubblicato su Operaviva, ci presenta un ricco panorama di casi studio utili a comprendere i «profondi squilibri e le disuguaglianze preesistenti come “genere, casta, classe, strutture di potere, privilegi e relazioni di proprietà” che hanno contribuito all’imposizione degli attuali sistemi di dominazione». Il secondo è una lunga intervista all’artista indonesiana Arahmaiani e non facciamo certo mistero del fatto che ci auguriamo che sarete in molti – ma a debita distanza di sicurezza! – a visitare la sua mostra personale Politics of Disaster, non appena potremo riaprire al pubblico.
La concezione di ecofemminismo che attraversa entrambi gli articoli è profondamente debitrice nei confronti del lavoro dell’economista indiana Bina Agarwal, Molti di voi ricorderanno la mostra del fratello Ravi, Ecologies of Loss tenutasi l’anno scorso al PAV. Sia Ravi che Bina Agarwal, insieme a Zasha Colah e il curatore del PAV Marco Scotini, sono tra i protagonisti dell’ultimo numero di Marg, il più longevo e centrale magazine d’arte indiano. L’ultimo numero è interamente dedicato al rapporto tra arte ed ecologia.

Sono ancora gli orizzonti aperti dagli studi femministi ad essere alla base dell’ottimo articolo appena uscito su Che Fare Perché il lavoro cognitivo è soprattutto riproduttivo, e ha bisogno di un reddito universaledi Angela Balzano. L’autrice, mette al centro la dimensione del corpo, ricordandoci come non possa esistere «lavoro cognitivo che non sia sempre lavoro corporeo, lavoro da mammiferi, lavoro terrestre, così come non esiste un capitale che sarebbe più interessato a mettere a valore le idee che i corpi».

Lunedì 4 maggio 2020
Vi invitiamo a raccontarci su #Instagram la bellezza e la resilienza della natura in tempo di Covid.
Potete partecipare al nostro challenge postando su Instagram fino a 3 foto e taggando ogni volta 3 persone usando l’hashtag #pavnatureinlockdown
Le 3 foto più belle e significative vinceranno una spilla gioiello di Piero Gilardi e le prime 10 saranno pubblicate sul nostro sito 🍀
Nel frattempo a proposito di natura ecco un bellissimo video dell’esplorazione del verde, dentro e fuori dal PAV, durante il Workshop_39/Al di là delle botanica e la terra promessa, condotto da Fernando Garcia-Dory nel 2014.
Link al video sul canale YouTube del PAV

Venerdì 1 maggio 2020
Oggi vi consigliamo di scaricare il catalogo annuale del 2010, PARCO PARK PARC, Arte e territori di resilienza urbana (E20progetti, 2010) che contiene mostre e attività del secondo anno di programmazione del PAV, con la partecipazione di Brandon Ballengée, Ennio Bertrand, Gilles Clément, Ettore Favini, Andreas Gedin, Piero Gilardi, Arnaud Hollard/Juliana Mori, Emmanuel Louisgrand, Dacia Manto, Alessandro Quaranta, Nicola Toffolini.
Scarica Parco Park Parc (versione PDF)

Mercoledì 29 aprile 2020
L’annuale Giornata Mondiale della Terra cadeva mercoledì scorso, il 22 Aprile. L’iniziativa nasce grazie a John McConnell, nell’ottobre del 1969, durante la Conferenza dell’UNESCO.
La sua proposta di istituzione di questa ricorrenza ottiene forte consenso: la Giornata Mondiale della Terra si celebra per la prima volta a San Francisco, il 21 marzo 1970. Il documento della Giornata della Terra viene sottoscritto da 36 leader mondiali, tra cui il Segretario generale delle Nazioni Unite U Thant. Oggi, la Giornata Mondiale della Terra è una grande festa globale, che quest’anno abbiamo dovuto festeggiare in lockdown – insieme ad altre importanti ricorrenze laiche, come la Festa della Liberazione, trascorsa da pochi giorni – non senza alcune inopportune e tristi polemiche politiche, dalle quali prendiamo nettamente le distanze – o la Festa dei Lavoratori, per la quale vi facciamo i migliori auguri in anticipo. Questa condizione inedita ed imprevista dovrebbe rappresentare un’occasione per pensare a come queste tre ricorrenze siano cariche di significati solo apparentemente simbolici o legati a prospettive passate e che, ora più che mai, si dovrebbe forse pensare al contrasto ad ogni tipo di fascismo (perché il 25 Aprile rimanda al Nazi-Fascismo come esperienza storica, ma è anche e soprattutto un monito contro le future configurazioni del fascismo), alla tutela dei lavoratori e a quella del nostro pianeta come un’unica grande battaglia, da portare avanti instaurando forme di alleanza e attenzioni ai più fragili che siano davvero trasversali e post-umane.

Proprio mercoledì scorso, su Artribune è stata pubblicata una bella panoramica su arte ed emergenza climatica di Maurita Cardone, che dopo aver scritto di Arahmaiani torna a menzionare  l’attività del PAV, nel descrivere lo scenario italiano relativo all’arte impegnata nella lotta ecologista. Sempre il 22 Aprile, con nostra grande tristezza, abbiamo appreso della scomparsa di una delle figure che più hanno contribuito all’indagine artistica del mondo naturale, Lois Weinberger.
Parlando di un’ecologia che sia davvero animata da una prospettiva politica radicale – il tipo di ecologia di cui oggi più che mai abbiamo bisogno – non possiamo non menzionare Eco/logiche, iniziativa promossa da Millepiani. Eco/logiche nasce come un convegno che si sarebbe dovuto tenere il 4 aprile a Milano, presso Cox 18. L’appuntamento fisico è stato ovviamente rimandato a causa dell’emergenza, ma i lavori stanno comunque prendendo forma nello spazio virtuale grazie alla collaborazione di Hot Potatoes e Archivio Primo Moroni, Cox 18. Non perdetevi il programma, che trovate qui diffuso su Opera Viva.
Questa settimana abbiamo estrapolato un articolo dal Journal 108 di e-flux, Climate Propagandas dell’artista Jonas Staal. Ci è sembrato particolarmente utile, sempre abbracciando quella prospettiva che ci porta a leggere la crisi climatica e quella causata dalla pandemia – sempre che le due cose possano davvero essere scisse, specie pensando alle logiche che innescano e potenziano entrambe – attraverso le lenti di un’immaginazione politica radicale.

Vorremmo concludere questo appuntamento settimanale con le parole di un’artista con la quale, pochi mesi fa, abbiamo avuto il piacere di lavorare, Navjot Altaf. Il breve testo che segue è la traduzione italiana di un suo contributo, condiviso tramite la newsletter della sua galleria, The Guild Gallery di Mumbai.
« In un momento come questo, che ha sconvolto la vita di tutti gli esseri umani sul pianeta, milioni di persone vulnerabili vivono in condizioni difficili, mentre affrontano le avversità, le incertezze e le situazioni stressanti che oggi sembrano del tutto fuori controllo. Da qui la domanda: come si può gestire la vita quotidiana, in un momento simile? Le risposte cambiano da persona a persona, a seconda della situazione in cui ci si trova.
Da quando sono tornata nel mio ambiente, a Mumbai, ho realizzato che rimanere ben radicata mi ha aiutata ad affrontare la vita di tutti i giorni, pur in una situazione del genere. Quindi, oltre a prendere le necessarie misure sanitarie, partecipare ad attività domestiche “inevitabili”, osservare la natura dall’interno, provare a concludere, portare avanti il lavoro lasciato in sospeso, ascoltare la musica e leggere analisi approfondite sulla situazione e come è venuta a crearsi, interagisco molto con amici che condividono i miei pensieri, le mie prospettive, supportando le persone attive nell’organizzazione e nella fornitura di aiuti immediati, richiesti da lavoratori migranti bisognosi, operatori sanitari e coloro che lavorano giorno e notte, in prima linea.
Continuo la mia pratica, con la speranza che, infine, una catastrofe di questa portata – almeno questo! – porterà coloro che ora ci governano a riconoscere le cause profonde di questa pandemia, a riconoscere l’urgenza di lavorare (come indica Noam Chomsky) al di fuori: “un nuovo modo di organizzare la società, per concepire un ordine sociale e politico che non metta il profitto al di sopra delle persone”.
Nelle mie parole: non al di sopra delle persone, non al di sopra di altri organismi che vivono sulla terra; “la terra stessa ci chiede di ripensare la nostra specie”. Ciò che non può più essere trascurato, è come l’attuale crisi non sia isolata dalle cause del riscaldamento globale, prodotto da un sistema » .

Lunedì 27 aprile 2020
“Il messaggio enigmatico e aperto – “prendere in carico”, “prendere possesso”, “subentrare”, “mutare” – lascerà in eredità ai passanti della prossima primavera la scoperta di un significato che solo il tempo e il lavorio segreto della terra e della natura in trasformazione continua saranno in grado di svelare”.
Dal testo Workshop_17/Andreas Gedin, Taking Over di Orietta Brombin, Parco Park Parc. Arte e territori di resilienza urbana (E20progetti, 2010)
Link al video sul canale YouTube del PAV

Venerdì 24 aprile 2020
Oggi vi regaliamo un’altra lettura per il weekend, il catalogo monografico della mostra di Brandon Ballengée, Praeter Naturam (E20PROGETTI Editore) che testimonia l’intero percorso condotto dall’artista al PAV nel 2010, raccontando come il punto focale della sua pratica – attraverso lo studio di anfibi, pesci, insetti e uccelli – traduca l’esperienza diretta con la natura in interrogativi sugli allarmanti cambiamenti ecologici e sulle malformazioni di alcune specie animali. Con testi di: Franco Andreone, Orietta Brombin, Claudio Cravero, Piero Gilardi, Jens Hauser e Beatrice Mautino.
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Mercoledì 22 aprile 2020
Oggi abbiamo in calendario un’uscita un po’ speciale, perché la scorsa settimana sono uscite due interviste al curatore del PAV Marco Scotini, nelle quali ci racconta la sua prospettiva rispetto al lavoro di curatori, artisti e operatori del settore dell’arte e della cultura – e, per esteso al lavoro cognitivo in genere – in questo momento di quarantena. Una quarantena che, suggerisce, dovremmo in qualche modo rivendicare come momento di rottura rispetto alla nostra convenzionale continua produzione di inquinamento e rumore mediatico, accettando la sfida del restare pigri (citando Bert Theis) di fronte al diktat della produzione a tutti i costi. Nella conversazione con Serena Carbone, pubblicata su L’Osservatorio di Nesxt in occasione dell’uscita di Utopian Display. Geopolitiche curatoriali (Quodlibet, 2019), Marco sostiene che: “Quello che mi ha veramente provato in questa esperienza è stato, di fatto, come il dramma sanitario sia stato l’occasione di un profluvio di inarrestabili retoriche sul potere dell’intelligenza artificiale, sull’impossibilità di frenare, di concepire un limite che, come tale, ci avrebbe permesso, solo e finalmente, di trovare il tempo per pensare (d’altra parte il mio grande amico Bert Theis diceva sempre che oggi è “too hard to be lazy!”).” Pensare a cosa?, chiede Serena Carbone “Che ad essere infettato è stato ancora un corpo, che il confinamento a cui siamo richiamati è fisico”. Chiudendo l’intervista, Marco Scotini racconta il modo in cui la pandemia si sia abbattuta, nel nostro piccolo, sui lavori della mostra di Arahmaiani Politics of Disaster, prevista per il 5 Marzo al PAV. È proprio il lavoro di Arahmaiani a costituire uno dei punti centrali della seconda intervista, pubblicata ieri su Artribune, Natura, arte e pandemia. Intervista a Marco Scotini, di Maurita Cardone.
“M.C. Il 5 marzo era in programma al PAV la mostra da te curata Politics of Disaster. Gender, Environment, Religion. La mostra è stata sospesa per via dell’emergenza COVID- 19. La riprenderete?
M. S. La mostra di Arahmaiani è stata montata pezzo per pezzo fino al giorno prima dell’opening, poi le Turkish Airlines hanno interrotto i voli per l’Italia e il distanziamento sociale ha fatto il resto. Quando abbiamo pensato al titolo della mostra non ci saremmo mai immaginati che il disastro ci avrebbe travolto. Proprio perché le opere di Arahmaiani sono una sfida individuale e collettiva al disastro (neoliberista, ambientale, di genere) e dunque qualcosa di strettamente connesso al presente che viviamo.”
Come i nostri visitatori sanno bene, la mostra di Arahmaiani sarebbe dovuta seguire – e seguirà, non appena la situazione sanitaria ci permetterà di riaprire in sicurezza! – la prima personale italiana dell’artista indiana Navjot Altaf, Samakaalik. Earth Democracy and Women’s Liberation, inaugurata al PAV lo scorso Novembre. Molte delle opere in mostra raccontavano la condizione dell’India rurale: questo articolo de Il Manifesto ci aggiorna relativamente allo scenario attuale, in tempi di pandemia. Sempre sul Il Manifesto, sempre in tema di mondo rurale e resilienza – o resistenza?, leggiamo che “l’agroecologia oggi è cura e vicinanza”. Vogliamo citare un semplice quanto fondamentale passaggio dell’articolo, in cui Lucio Cavazzoni ci racconta di un progetto innovativo e solidale per fornire cibo biologico per tutti gli operatori sanitari impegnati contro il virus al Sant’Orsola di Bologna: “E’ davvero tempo di rimettere in discussione il latifondismo di nuova generazione che svuota la terra di persone e vita, delle sempre più esasperate rincorse alla produttività di carne e latte, delle economie di scala che la trasformazione industrializzata del cibo impone per costare poco.

Infine, dal momento in cui non ci stancheremo mai di ribadire la centralità del pensiero femminista come strumento, come lente tramite la quale guardare al mondo, vogliamo consigliarvi di ripescare dall’archivio di e-flux il video della presentazione del film di Angela Anderson Three (or more) Ecologies: A Feminist Articulation of Eco-intersectionality – Part I: For the World to Live, Patriarchy Must Die. Nel video, l’autrice dialoga con Silvia Federici, pensatrice a noi molto cara. La troverete nominata anche nelle interviste a Marco Scotini e in una discreta parte dei suoi scritti, compresi alcuni dei testi scritti per introdurre alcune delle mostre del PAV!

Lunedì 20 aprile 2020
“Le popolazioni anfibie, emerse da primordiali paludi più di 300 milioni di anni fa, evolute in migliaia di specie di rane, rospi, tritoni e salamandre distribuite nei sei continenti, sono oggi minacciate da problemi d’inquinamento ambientale, malattie infettive, perdita di habitat idonei, presenza di predatori introdotti dall’uomo (come il gambero rosso della Louisiana), cambiamenti climatici e sovra-sfruttamento per scopi alimentari umani. Più in generale, si è potuta constatare la biodiversità, presente nei fertili habitat acquatici, attraverso una azione performativa condivisa dal gruppo. Si tratta di una modalità etica e strategica che Brandon Ballengée ha adottato e adotta in svariati Paesi dell’Europa, USA e Canada allo scopo di produrre una risonanza, un movimento corale di presa in carico delle complesse problematiche ambientali”.
Estratto da Into the wild round trip, testo di Orietta Brombin dal catalogo Praeter Naturam (E20PROGETTI Editore)
Workshop_16/PAV Eco-Action, Link al video sul canale YouYube del PAV

Venerdì 17 aprile 2020
Proseguiamo il nostro percorso alla scoperta della collana editoriale del PAV; oggi vi regaliamo il secondo catalogo G.O. Growing Out. Evoluzione di un parco in movimento (E20PROGETTI Editore), contenente la programmazione del primo anno di mostre e attività del museo, con la partecipazione di Lara Almarcegui, Michel Blazy, Diego Bonetto, Andrea Caretto/Raffaella Spagna, Giuliana Cunéaz, Filippo Leonardi, Emmanuel Louisgrand, Dario Neira, Nicola Toffolini, Sophie Usunier e Laura Viale.
Scarica Growing Out (versione PDF)

Mercoledì 15 aprile 2020
Questa settimana iniziamo con un articolo di Bertram Niessen pubblicato su Che Fare. L’articolo, già dal titolo, pone esattamente la questione che stiamo provando ad affrontare attraverso le letture, i film e i podcast – e quant’altro – che vi stiamo proponendo in questi giorni. Ovvero: di quali nuovi strumenti abbiamo bisogno per pensare di nuovo (come recita il titolo dell’articolo) al futuro? Aprendo la riflessione con una potente immagine che illustra la condizione di normality bias nella quale, metaforicamente (ma neanche troppo!), siamo tutti un po’ incastrati, Bertram Niessen tratteggia una serie di stimoli inerenti la cultura e il self branding, la comunicazione, la presenza online, la rimozione del tragico dalla nostra esperienza quotidiana, i privilegi e le diseguaglianze.

Un’altra lettura che può aiutarci a pensare al presente e al futuro è Vivere l’incertezza di Cesare Alemani, pubblicata da Il Tascabile. Cesare Alemani racconta di come ci siamo disabituati alla fragilità, fornendoci una serie di spunti di riflessione per comprendere meglio il metodo scientifico e, magari, cominciare a destrutturare alcune delle nostre riduttive e illusorie convinzioni attorno alla stessa nozione di scienza – convinzioni figlie di un senso comune che spesso è molto, molto poco scientifico.

Sempre dall’archivio de Il Tascabile, recuperiamo questo stimolante articolo: Alla ricerca del nuovo sublime. Una conversazione per non scienziati su divulgazione, saggistica e letteratura scientifica, scritto da Matteo De Giuli (che, se ben ricordate, abbiamo nominato anche la settimana scorsa: ormai avrete capito che qui al PAV siamo suoi fan!) e Francesco Guglieri.

Proseguiamo nel pensare al rapporto tra scienza e narrazioni della scienza: ci capita spesso, in questi giorni (e siamo sicuri che capiti anche a voi!) di leggere numerosi articoli su sperimentazioni di vaccini e terapie ed altri studi scientifici in corso. E spesso ci capita (e probabilmente capita anche a voi…) di sentirci un po’ smarriti di fronte alla contraddittorietà di questo enorme carico di informazione. Ilpost.it ha scritto di una preziosa guida pubblicata dal sito Journalist’s Resource della Harvard Kennedy School, che elenca preziosi consigli e suggerimenti.

Chiudiamo consigliandovi di non perdere, giovedì 16 Aprile, l’appuntamento organizzato da Entrée con la online premiere del nuovo film di Oliver Ressler Carbon and Captivity, che verrà trasmesso dalla piattaforma e-flux Video & Film.
Forse ricorderete le opere di Oliver Ressler esposte al PAV in occasione della mostra La Macchina Estrattiva (2017). In Carbon and Captivity, Ressler racconta come, per decenni, le nazioni e i loro governanti si siano dimostrati incapaci di innescare dei virtuosi processi di emancipazione dal mercato dei combustibili fossili. Le grandi compagnie petrolifere hanno finanziato i negazionisti del cambiamento climatico, a dispetto dell’opinione e delle battaglie della comunità scientifica. Ora che, grazie a decenni di battaglie, la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale rifiuta le menzogne rispetto al cambiamento climatico, le stesse compagnie hanno cambiato le loro strategie, provando a raccontare fantomatiche procedure eco-sostenibili.

Lunedì 13 aprile 2020
“Nella primavera del 2009 – senza quasi avvertire il distacco fra l’una e l’altra piece (Colonizzazione_01 azione collettiva di vita e lavoro in uno spazio interstiziale, il primo workshop del PAV) – lo stesso luogo, liberato dalle dune di asfalti e macerie, è stato la tabula rasa sulla quale si è innestato GROUND_level, quinto workshop del PAV condotto da Andrea Caretto e Raffaella Spagna, agito da un nuovo gruppo di persone. Nelle giornate di lavoro con gli artisti, i partecipanti coinvolti in un percorso teorico-pratico sul tema della “trasformazione della sostanza” – focalizzato sulla materia per eccellenza, la terra – sono partiti da una riflessione sul costituente “suolo”. Habitat di relazioni fertili, corpo e processo indissolubilmente legati e luogo di innumerevoli scambi di materia ed energia, il suolo è stato studiato attraverso l’enumerazione dei suoi costituenti”.
Testo di Orietta Brombin da G.O. Growing Out, E20PROGETTI Editore, 2009
Workshop_05/Ground Level, link al video sul canale YouTube del PAV

Venerdì 10 aprile 2020
Nell’augurarvi buon weekend, oggi vi regaliamo una lettura per noi molto importante, il primo catalogo del PAV, Ecosoft Art. Un parco in movimento (E20PROGETTI Editore), contenente la programmazione pre-apertura del museo, con i lavori di Enrica Borghi, Michel Blazy, Piero Gilardi, Dominique Gonzalez-Foerster, Francesco Mariotti, Jun Takita e con il primo workshop a cura delle Attività Educative e Formative del PAV condotto da Andrea Caretto/Raffaella Spagna.
Scarica Ecosoft Art (vers. PDF)

Mercoledì 8 aprile 2020
Da adesso e fino alla fine dell’emergenza, il mercoledì sarà il giorno dedicato a condividere con voi alcuni degli stimoli più utili per provare ad analizzare e ripensare il nostro rapporto con l’ambiente, specie in relazione a questa pandemia.
Come il post di lunedì scorso, anche questo secondo appuntamento con il PAV Bullettin si apre con un contributo di Piero Gilardi, che ha tradotto dal francese un estratto di un’intervista a Emanuele Coccia, filosofo italiano che vive e insegna a Parigi. L’intervista si intitola Le virus est une force anarchique de métamorphose pubblicata sul magazine francese Philosophie Magazine. Qui trovate la traduzione.

Il direttore del PAV Enrico Bonanate, invece, vuole condividere Salvarsi recente intervento in cui il sociologo Guido Viale mette in relazione la necessità di riformulare il rapporto con l’ambiente anche da un punto di vista politico ed economico, indicando un green new deal orientato alla solidarietà.

Nel suo ormai celebre Spillover David Quammen ci spiega come all’origine delle pandemie (tra le più recenti, Nipah, Ebola e SARS) ci sia sempre un piccolo salto di specie – spillover – da animali come maiali, zanzare o  scimpanzé all’uomo. Il libro, già nel 2014, si interrogava su quale sarebbe stato il vettore della prossima pandemia e, infatti, scommettiamo che tutti voi avrete ormai sentito parlare di questo testo illuminante. Quello che forse ancora non sapete è che WWF ha recentemente pubblicato un testo (scaricabile dal loro sito in versione pdf che tratta proprio di salti di specie e in particolare di zoonosi, ovvero quanto una malattia infettiva passa da un animale non umano ad un animale umano – o viceversa.
E a proposito di Quammen, il Manifesto ha pubblicato questa intervista che ci è stato segnalata da un musicista di base a Torino, caro amico del PAV.

Sul sito della casa editrice Verso Books la studiosa Jennifer Johnson riflette su quella che definisce come una “tra le più persistenti e misantropiche narrazioni relative alla crisi climatica […] la convinzione che “noi” saremmo collettivamente e ugualmente responsabili del degrado ambientale”. Analizzando la tendenza, in molti commenti online, a “sovrapporre umanità e coronavirus” Johnson affronta la questione relativa al rapporto tra sovrappopolazione e scarsità delle risorse naturali. L’articolo, intitolato We are not the virus, ci è piaciuto talmente tanto che abbiamo cominciato a tradurlo… per poi accorgerci che l’aveva già fatto al super redazione di Che Fare.

Non direttamente connesso all’emergenza coronavirus, ma altrettanto importante per aiutarci a pensare il nostro rapporto con gli altri animali, What Animals Teach Us About Politics è uno splendido testo in cui Brian Massumi affronta la questione dell’animale, portandoci a pensare in questi termini all’essere umano. Di qui, Massumi sviluppa il suo concetto di politica animale. La sua non è una politica umana dell’animale, ma una politica integralmente animale, che sgombra il campo da una nozione di natura come stato primitivo e da tutti quei presupposti e pregiudizi riguardanti l’istinto di cui è permeato il pensiero moderno. Nel farlo, Massumi integra alla nozione di natura quei concetti che solitamente rimangono ai margini di discipline quali la biologia evolutiva, lo studio del comportamento animale e la filosofia, concetti come gioco, simpatia e creatività. Nel farlo, la sua indagine si espande sino ad osservare non soltanto il comportamento animale, ma anche il pensiero animale, analizzando differenze ed affinità rispetto alle capacità di cui gli animali umani rivendicano il monopolio, ovvero linguaggio e coscienza riflessiva.  Per Massumi, l’esistenza di esseri umani e animali costituisce un continuum.

Infine, se ancora non la conoscete, vi consigliamo di iscrivervi a Medusa, la newsletter bisettimanale che parla di Antropocene, a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi. Uno degli ultimi episodi, Abbraccio ci ha davvero emozionati.

Lunedì 6 aprile 2020
La pratica di Piero Gilardi è sempre stata animata da uno spirito collettivo, inclusivo e non in ultimo laboratoriale e pedagogico – basti pensare alle sue celebri animazioni politiche, ma anche ai tanti workshop e laboratori curati dalle AEF del PAV ai quali ha contribuito. Non a caso, apriamo questa serie di strumenti pensati per portare un po’ del PAV nelle vostre case, con la versione colouring book di uno dei celebri Tappeti Natura, realizzata in questi giorni da Piero per tutti voi!
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Cari amici, cari visitatori affezionati ed abituali o chi ci segue da città lontane, cari residenti della circoscrizione e cari appassionati d’arte contemporanea, cari insegnanti e studenti che avete frequentato le nostre attività, cari partecipanti ai workshop, cari artisti con cui abbiamo collaborato, cara, in definitiva, comunità del PAV Parco Arte Vivente. Anzitutto, speriamo che stiate tutti bene.
È difficile, ma al tempo stesso è un piacere, riprendere le comunicazioni con tutti voi, dopo tre settimane di silenzio. Come tutti i musei e la stragrande maggioranza dei luoghi pubblici, il PAV è chiuso e le attività ordinarie sono interrotte. Tanti nostri colleghi, gli altri musei, fondazioni, gallerie, artisti e curatori, hanno continuato a lavorare e produrre contenuti, diffusi tramite i diversi canali social, i siti web ed altre piattaforme digitali, perchè l’arte contemporanea, e la cultura in generale, non può e non deve fermarsi neanche in un momento eccezionale come questo. Facciamo loro i nostri complimenti per l’ottimo lavoro svolto!
Abbiamo avuto bisogno di un po’ di tempo per metabolizzare la situazione: ci siamo accorti che sarebbe stato difficile riprendere a lavorare a pieno regime, traslando sul web parti della nostra programmazione. O meglio: non sarebbe stato difficile farlo, quanto capire come farlo nel modo giusto, in maniera coerente ai nostri presupposti e alla nostra mission.
Siamo un centro d’arte contemporanea particolare, e questo è chiaro a tutti. Siamo fortemente radicati alla realtà fisica del nostro sito, in primis del nostro parco e alle attività con la comunità, con le persone che ci frequentano, con il territorio.
Ci siamo scoperti meno immateriali di quanto pensassimo. E anche più ecologici, perchè, in un certo senso, abbiamo sentito la necessità di proiettare questa nozione di ecologia sul modo di pensare, sulla produzione di contenuti, sull’attività lavorativa.
Come la stragrande maggioranza delle persone, abbiamo sentito il bisogno di concentrarci su questo momento eccezionale, di seguire le notizie e soprattutto riorganizzare gli strumenti del pensiero per la grande sfida intellettuale che sarà riprendere una programmazione artistica e culturale alla fine della pandemia.
Alcune delle tematiche ricorrenti nel dibattito internazionale, in questi giorni, sono riconducibili a temi a noi molto cari. La redistribuzione delle risorse, le diseguaglianze sociali, la decrescita, l’ambiente. Il rapporto con la natura, la naturacultura, come dice Donna Haraway.
Abbiamo deciso di tornare a comunicare con voi, perchè ci mancava! Abbiamo deciso di provare a farlo piano, con delicatezza, concentrandoci su quel che, in questo momento, ci sembra possano essere alcuni strumenti utili, tra quelli a nostra disposizione.
Ogni settimana, troverete tre diversi appuntamenti sui nostri social. Uno sarà un piccolo regalo, che ci auguriamo vi aiuterà a trascorrere queste lunghe giornate di quarantena; un secondo appuntamento sarà dedicato alle Attività Educative e Formative, e infine ci sarà un momento dedicato alla costruzione degli strumenti di pensiero ecologico in questi tempi emergenziali, con dei suggerimenti di articoli, libri o film che ci hanno aiutato a riflettere e ad affrontare questo momento: non per distrarci da quel che sta succedendo, ma per affrontare gli eventi con una bussola in più.
Forse è a questo che serve l’arte, no?
Con un pensiero speciale rivolto a chi sta lottando contro il virus e le sue conseguenze (il personale sanitario tutto, i volontari che offrono assistenza domestica, chi lavora nelle filiere di produzione che non possono interrompersi e chi si sta impegnando, anche politicamente, affinché la crisi non pesi sui più deboli),
vi abbracciamo tutti