Teatrum Botanicum 2022

Teatrum Botanicum 2022

16 – 17 settembre

Lucilla Barchetta e Collettivo Epidemia, Eleonora
Luccarini, Martina Melilli, Giorgia Ohanesian Nardin, Prom, SØVN Records showcase: Sabiwa and Queimada

Arrivato alla sua quinta edizione, Teatrum Botanicum presenta una selezione di pratiche artistiche, performative, sonore e teoriche che propongono letture critiche, strategie di sopravvivenza, strumenti di lotta, cura e supporto reciproco per affrontare le crisi ecologiche e sociali che attraversiamo. Tornando ad aprire la programmazione autunnale del PAV dopo due anni di interruzione dovuti alla crisi pandemica, l’edizione del 2022 riflette in modo particolare sulla necessità di pensare e ripensare i corpi – e le relazioni sociali tra i corpi – in ottica ecosistemica, problematizzando i confini della nozione convenzionale di salute.

Food & Drink by Isola Torino

PROGRAMMA

Venerdì 16 settembre

19:30 Opening
20:15 Giorgia Ohanesian Nardin
I want to shake you off me | maybe this is my dancing
21:15 Eleonora Luccarini
Action, grace, resemblance
22:15 SØVN records showcase
Sabiwa and Queimada

Sabato 17 settembre

17:00 Opening
Visita guidata della On copper, wax, iron, wisteria and ice
18:00 Lucilla Barchetta e collettivo Epidemia
Armamentario etnografico per lo sfaldamento globale
19:30 Science without the Elephants
Incontro con l3 artist3
20:45 Prom
Once and for all
21:30 Martina Melilli
J’ai faim

«Rosie –brrrrrrrr!- the Riveterr»: nella partitura della celebre canzone, originariamente composta da Redd Evans e John Jacob Loeb nel 1942, il “brrr” onomatopeico richiama il rumore delle macchine rivettatrici che, specie nel mondo anglosassone, erano diventate estremamente familiari alle donne, da poco impiegate nell’industria pesante al pari dei loro colleghi maschi1, impossibilitati al lavoro in quanto coscritti. L’enorme accelerazione dell’occupazione femminile determinata dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale è un fatto più che noto, insieme alle iconografie poi penetrate nella cultura popolare:in particolare l’immagine di Rosie the Riveter, muscolosa, determinata e in tuta da lavoro.
Meno pervasiva, almeno oggi, è l’immagine di Rosie the Housewife, ovvero la proiezione futura della donna lavoratrice descritta nella campagna pubblicitaria ideata da Monsanto durante il periodo bellico. Il colosso dell’industria agricola statunitense immaginava che presto l’acquisto di lamponi per il menù del Giorno del Ringraziamento sarebbe tornato in cima alla lista delle priorità della nostra Rosie, una volta sollevata dalla contingente necessità di assemblare razzberries for Tojo2. La mega-corporate perde il pelo ma non il vizio: se negli anni Quaranta Monsanto non si fa remore nell’appropriarsi di un’immagine assimilabile all’emancipazione femminile3, salvo poi farsene beffa, sfruttandola per un acrobatico gioco di parole a fini promozionali, negli ultimi anni ha tentato di portare candidamente avanti i propri interessi strizzando l’occhio alle retoriche green. Monsanto, ad esempio, ha condotto numerose sperimentazioni per lo sviluppo di varietà di mais OGM resistenti alle incombenti siccità ed altre scocciature causate dal cambiamento climatico, perorando mediaticamente il proprio ruolo di white-saviours dei territori maggiormente a rischio. Il tutto mentre la correlazione tra glifosato e cancro conduceva a undicimila cause intentate alla multinazionale negli Stati Uniti4 e un’indagine della procura di Parigi in seguito alla schedatura illegale di giornalisti, scienziati e politici suddivisi tra oppositori e personalità potenzialmente ingaggiabili. Nella consapevolezza del fatto che a prendersela con Monsanto si rischia di ribadire l’ovvio, a fronte di un dibattito pubblico che troppo spesso continua a banalizzare o ignorare i meccanismi dell’oppressione sistemica, che è sempre trasversale, strutturale e può essere affrontata soltanto grazie agli strumenti critici del transfemminismo intersezionale, rievocare il caso di quell’infelice campagna pubblicitaria degli anni Quaranta ci aiuta a rimarcare la matrice comune tra ogni forma di misoginia conservatrice, lo sfruttamento delle risorse ambientali e l’oppressione economica e neocoloniale dei corpi.

Nel fondamentale The Death of Nature, Carolyn Merchant5 racconta il compiersi, con l’avvento della modernità, della simbiosi tra scienze naturali e mercantilismo; parallelamente, la modernità inventa l’umano, che si definisce per contrasto a tutto ciò che viene allora assimilato alla nozione di natura: popolazioni indigene, animali e paesaggi, ma anche il supernaturale, gli spiriti e le donne, dato che l’umano è implicitamente uomo. Merchant elabora l’ecofemminismo come progetto di liberazione delle donne e della natura non umana dall’egemonia produttivistica – capitalista o socialista che fosse; al contrario, Merchant propone «un’etica della partnership», un’etica che affermi una vitale e reciproca interdipendenza tra le comunità umane e non-umane. Quali percorsi di cura dell’ambiente e dei corpi – che dall’ambiente sono, di fatto, inscindibili – possiamo provare ad intraprendere?
Al termine dell’estate più calda delle nostre vite (o, per riprendere l’efficacissimo meme, l’estate più fresca del resto delle nostre vite), la quinta edizione del festival Teatrum Botanicum vuole riflettere sulla salute collettiva, individuale e ambientale, attraverso gli stimoli offerti da pratiche artistiche performative, sonore e teoriche che propongono letture critiche, strategie di sopravvivenza, strumenti di lotta, cura e supporto reciproco per affrontare le crisi ecologiche e sociali che attraversiamo. Tornando ad aprire la programmazione autunnale del PAV dopo due anni di interruzione, l’edizione 2022 riflette in modo particolare proprio sulla necessità di pensare e ripensare i corpi – e le relazioni sociali tra i corpi – in ottica ecosistemica e transfemminista, problematizzando i confini della nozione convenzionale di salute.

1.Specifico “pesante” perché l’industria cosiddetta leggera non è mai stata appannaggio esclusivamente maschile e sottolineo “colleghi”, perché l’odiosa e a me incomprensibile abitudine ad utilizzare l’espressione retorica “i loro uomini” esclude tutte le lavoratrici non eterosessuali, in una relazione con un uomo non arruolato o, semplicemente, single.
2. Hideki Tōjō era il Primo Ministro Giapponese durante la Seconda Guerra mondiale; possiamo dedurre che ‘razzberries’ fosse un affettuoso soprannome per gli ordigni bellici.
3. A scanso di equivoci: un femminismo fondato esclusivamente sull’emancipazione economica individuale della donna (a maggior ragione nel contesto di un’economia di guerra) è un femminismo nel quale non ci riconosciamo, ma è nondimeno oggettivo il rilievo storico del fenomeno dell’occupazione femminile nel contesto della Seconda Guerra Mondiale.
4. Immaginiamo l’entusiasmo con il quale Bayer, che nel 2018 ha acquisito Monsanto, possa aver accolto, ad esempio, la recente condanna a corrispondere alla famiglia di un giardiniere deceduto per esposizione al glifosato un risarcimento di 80 milioni.
5. Carolyn Merchant, “The Death of Nature: Women, Ecology, and the Scientific Revolution”, San Francisco, Harper, 1980. – “La morte della natura. Donne, ecologia e Rivoluzione scientifica. Dalla Natura come organismo alla Natura come macchina”, Milano, Garzanti, 1988.