ISAMIT MORALES

Erythroxylum coca

12 AGOSTO 2020

L’8 Giugno del 1971 Richard Nixon indice una conferenza stampa per comunicare il messaggio speciale al Congresso, pubblicato il giorno precedente, relativo al piano di prevenzione e controllo dell’abuso di sostanze stupefacenti. Il messaggio spiegava quante e quali risorse economiche sarebbero state destinate per disincentivare la tossicodipendenza e le logiche per favorire la riabilitazione e il reinserimento in società dei consumatori di sostanze; ma la frase che viene registrata e incisa nell’attenzione e nella memoria di stampa ed opinione pubblica è l’impattante dichiarazione di una vera e propria “war on drugs”. Se quest’espressione non vi è sconosciuta, è perché quella conferenza di Nixon è destinata ad aprire una vera e propria fase storica, messa in discussione soltanto nel 2011, quando un report della Global Commission on Drug Policy ne sancisce il carattere fallimentare, con devastanti conseguenze su individui e intere comunità a livello globale.

Le politiche e i protocolli iper aggressivi della war on drugs si riversano spropositatamente sulla popolazione non bianca, in particolare sugli afro-americani. Oggi, per merito dell’esplosione del movimento Black Lives Matter come fenomeno globale, è tutto sommato facile imbattersi in informazioni ed analisi relative ai mostruosi tassi di arresto e dei brutali metodi della polizia nei confronti degli afro-americani. La war on drugs è stata un’arma molto, molto potente, nella criminalizzazione consapevole di chiunque non fosse un average white american. Senza volersi affossare in infinite liste di numeri, basti sapere che, negli anni ’80, a dieci anni dalla suddetta conferenza di di Nixon, a fronte di un incremento del 28% nel tasso di arresti per tutti gli altri crimini, quelli relativi alle sostanze stupefacenti conoscevano un’impressionante ascesa del 126%.
La risposta ad un così alto numero di arresti e condanne – il possesso di marijuana poteva costare dai 2 ai 10 anni di reclusione – si concretizza in un pronto processo di sviluppo della privatizzazione del sistema carcerario, un business consumato, in particolare, sulla pelle dei cittadini afro-americani e ispanici.

 

In linea con la politica estera aggressiva, la war on drugs non si ferma certo al territorio statunitense: alcuni studiosi affermano che l’espressione sia uno strumento di propaganda atto a mimetizzare numerose operazioni militari o paramilitari e altre forme di ingerenza in paesi stranieri, specie quelli in odor di tendenze socialiste. Un caso estremamente significativo è quello del Plan Colombia, tramite il quale il governo degli Stati Uniti sovvenziona centinaia di milioni di dollari all’anno in aiuti militari, addestramento e attrezzature, al fine di combattere i guerriglieri di sinistra, accusate di essere coinvolte nel traffico di droga. Un gran numero di organizzazioni mercenarie private statunitensi accumula gradi guadagni grazie a queste stesse operazioni. Operazioni che non vanno immaginate ed assimilate esclusivamente all’azione di polizia o militare: ad esempio, nelle giungle dell’America centrale e meridionale, gli Stati Uniti sponsorizzano regolarmente l’irrorazione di grandi quantità di erbicidi come il glifosato.
La catena del narcotraffico viene ripercorsa fino al primissimo anello: la coltivazione delle piante di coca. Si tratta di azioni con conseguenze ambientali disastrose per la salute delle popolazioni di queste aree, per i loro ecosistemi, tra i più fragili e preziosi al mondo.

 

L’equivalente boliviano del Plan Colombia si chiamava Plan Dignity e prevede il catalogo di pratiche oppressive ai danni delle popolazioni locali, che sono costretti a subire la militarizzazione delle loro esistenze attraverso la pervasiva presenza di militari e para-militari, le cui azioni – che si spingono tranquillamente alle esecuzioni sommarie – rimangono puntualmente impuniti. Le prime vittime sono i protagonisti di quello che prima abbiamo definito il primo anello della catena del narcotraffico: i cocaleros, ovvero i coltivatori della pianta di coca che si occupano della raccolta e vendita delle foglie.  Discostandosi dalla narrazione tipica della war on drugs, che aggrega indistintamente coca e narcotraffico, va detto che, laddove la raffinazione della cocaina risale al XIX secolo, le foglie di coca vengono masticate dalle popolazioni sudamericane da millenni a causa delle loro proprietà benefiche e curative, nella quotidianità e in innumerevoli occasioni culturali e religiose. I cocaleros si sono sempre opposti con forza ai tentativi governativi di rimuovere le piantagioni di coca, rifiutando il parallelismo indiscriminato tra coca e cocaina.

Ribellandosi alle logiche oppressive del governo boliviano spalleggiato dagli Stati Uniti, si sono riuniti in sindacati e organizzazioni, lottando per i propri diritti di coltivatori di coca e la legalizzazione della produzione. Nel 2005, Evo Morales, leader del movimento sindacale dei cocaleros boliviani, è stato eletto alla presidenza della Bolivia, prima persona indigena a ricoprire la carica.

Tra i sostenitori del movimento dei cocaleros, uno dei più rappresentativi passaggi nella lunga storia della lotta contro colonialismo e imperialismo in Bolivia, c’è la sociologa, storica e attivista Silvia Rivera Cusicanqui, il cui pensiero fa riferimento tanto alle teorie anarchiche quanto alle cosmologie delle popolazioni indigente Quechua ed Aymara, con le quali si è trovata a combattere in numerose pratiche di resistenza all’oppressione liberalista e coloniale, nelle sue forme più o meno esplicite. In Bolivia il 62% della popolazione si auto-identifica come indigena. Per la stragrande maggioranza, si tratta di lavoratori e lavoratrici: in un’intervista1, Silvia Rivera Cusicanqui sottolinea la declinazione femminista della lotta anti-coloniale boliviala, nella centralità della figura della chola, “la combattente donna”, che ha visto in ruoli importanti nell’organizzazione delle lunghe marce per i cocaleros, nell’organizzazione dello spazio dei mercati come territori comunitari praticamente auto-gestiti, letteralmente sottratti ai violenti moti centripeti dello Stato.  “Uno degli aspetti più significativi nella storia anarchica e boliviana” afferma Cusicanqui “è che i loro leader tengono i loro discorsi in Aymara. Pensare che un altro linguaggio non-occidentale, non-europeo stia filtrando il pensiero di centinaia di anarchici, aiutando a formulare, ad espreimere la rabbia, le proposte, le idee; tutto questo crea così tanta ricchezza! In Aymara si può dire ‘noi‘ in quattro modi diversi”. In una seconda intervista2, Cusicanqui racconta del collettivo di cui fa parte: Ch’ixi, che significa macchia in Aymara. È composto principalmente da mestizos e il nome vuole enfatizzarne la discendenza impura, la macchia indigena che è la forza delle loro soggettività, la parte da cui hanno appreso “l’idea di comunità e di ciclicità” in particolare “l’intimità con i cicli della natura”. Ma riconoscono anche il valore della loro libertà individuale, i loro diritti in termini di identità sessuale, di orientamento sessuale, il diritto all’aborto – concetti che dichiarano di aver deputato dalla tradizione europea.
Ch’ixi accoglie la contraddizione con gioia: per spiegarlo, Cusicanqui fa ricordo alla logica trivalente della cultura Aymara, fondata sul “terzo incluso” in cui si identifica ciò e chi non è né uno né altro, ma uno e altro al tempo stesso, al di là di qualsivoglia logica binaria.

Il pensiero e l’attivismo di Silvia Rivera Cusicanqui, la sua ventennale critica delle espistemologie occidentali, stanno nel tracciato dei subaltern studies, filone degli studi post-coloniali che si fonda sulla nozione di subalterno coniata da Antonio Gramsci per identificare i gruppi sociali esclusi e allontanati dalle istituzioni socio-economiche al fine di negare la loro voce, la loro capacità di espressione politica. L’oppressione subita dalle popolazioni subalterne non esclude, ovviamente, la sfera del lavoro intellettuale, della ricerca, della produzione di conoscenza. Nel celebre libro Orientalismo (1978), Edward Said evidenziava come le geografie immaginarie dell’Oriente prodotte dagli occidentali ancor prima di raggiungerlo fisicamente, avessero concettualmente preconizzato l’alterità delle popolazioni orientali, ponendo le basi per giustificarne la conquista e il dominio. Stuart Hall indirizza, in termini ancor più espliciti, le modalità con cui il potere del discorso culturale creato per rinforzare la dominazione occidentale, modalità che prevedono l’applicazione e la naturalizzazione di categorie culturali, linguaggi e nozioni eminentemente occidentali; le epistemologie che ne conseguono diventano prassi sociali e, infine, diventano realtà.

Per non essere relegata alla dimensione del mito e del folklore, la produzione di conoscenza non occidentale necessità di esprimersi attraverso linguaggi e posture intellettuali validate dal pensiero eurocentrico. Lo spiega chiaramente bell hooks (Gloria Jean Watkins), nel problematizzare la ricerca accademica. Per bell hooks non esistono compromessi possibili tra la conservazione dello statuto di esperto da parte dell’intellettuale occidentale e la sua eventuale volontà di comunicare con le soggettività subalterne.

 

“Non c’è alcun bisogno di ascoltare la tua voce, quando posso parlare di te molto meglio di quanto non faresti tu stesso. Raccontami soltanto del tuo dolore. Voglio conoscere la tua storia. E poi te la racconterò in modo nuovo. Te la racconterò di modo da farla mia. Mentre t ri-scrivo, io stesso mi scrivo di nuovo. Sono ancora l’autore, l’autorità. Sono ancora il colonizzatore, il soggetto parlante e tu, adesso, sei al centro del mio discorso” “Marginality as a Site of Resistance” (1990)

Forse, ad una average white woman, non rimane altra risorsa, oltre alle virgolette. Forse ogni magia linguistica ed epistemologica è ancora nella mani delle ragazze di tutti i colonialismi e tutte le diaspore, cholitas che non hanno bisogno di citare nessun*.

1. Anarchism and Indigenous Resistance in Bolivia: Interview with Silvia Rivera Cusicanqui, originally on Rustbelt Radio

2. B. Weinberg, Indigenous Anarchist Critique of Bolivia’s ‘Indigenous State’: Interview with Silvia Rivera Cusicanqui

CITARE LE TUE AMICHE
ISAMIT MORALES

Serie di mixtape, 2020

 

My work is not about decolonizing,
Decolonizing is a practice, a way of living that guides my feelings,
my actions, my thoughts, and of course
my research,
then by consequence: my work.

Citare le tue amiche è una frase emersa tra le tante riflessioni condivise da Isamit Morales nel corso di un pomeriggio Ariadna Guiteras, amica ed artista, nella primavera del 2018. La frase è stata pronunciata da Ariadna; in quel periodo Isamit Morales stava conducendo una ricerca nel contesto del PEI – Programma di Studi Indipendenti, Macba, Barcellona. Sebbene il formato pedagogico del programma oscillasse verso i margini dell’accademia, Isamit ricorda di aver provato momenti di difficoltà, che attribuiva alla sua formazione eminentemente artistica, nel dover far continuamente ricorso a supporti bibliografici, o qualsivoglia tipo di riferimento accademico e validato, per legittimare le sue posizioni – che lei considera espressione di soggettività politica. Così, ascoltando e poi ricordando la frase pronunciata da Ariadna, ha sentito il bisogno di citarla.

Quella frase l’ha aiutata a sviluppare nuova consapevolezza rispetto alla sua concezione di ricerca, lavoro artistico, cosa sia un progetto, un testo, una teoria e via dicendo. Diversi progetti di Isamit Morales sono stati attivati grazie all’impulso di diverse forme di collaborazione, con una certa noncuranza nei confronti della convenzionale figura dell’autore/artista che concentra su di sé “una sorte di energia atomica”. Isamit rivendica il percorso attraverso diversi corpi, pensieri, idee, eventi che la conduce ad un’idea: un lavoro artistico è un corpo vivo, nutrito da tante soggettività che si trovano, si avvicinano, poi si separano; un ciclo che mette in comunicazione quelli che partecipano al processo creativo, anche senza saperlo, e quelli che vi parteciperanno come fruitori.

 

Nella serie di lectures in formato mixtape proposte per Pando, Isamit Morales interroga i dispositivi che la cultura occidentale considera in grado di enunciare la verità – includendo corpo, genere e razza come parte di questi stessi dispositivi. “Inoltre” scrive “mi interessa posizionare sul paesaggio le nostre voci, intese come soggetti narratori e non come oggetti di studio. Le voci non bianche, non europee, non approvate, validate, quelle voci che enunciano narrazioni e non si limitano ad essere  rappresentate – ma pretendono di essere loro stesse “representatividad”. Le nostre voci che a volte sbagliano nel parlare l’italiano, con le quali spesso fatichiamo nel descrivere tutte sfumature della violenza che subiamo, su diversi piani, sia simbolici che materiali, e non per mancanza di un linguaggio, ma per via di una completa negazione da parte dei privilegiati, che non vogliono accettare di avere una responsabilità nei nostri confronti, quella di riparare la storia. Si tratta di sommare altre prospettive, ed altri centri”.

 

Colonialismo è privilegiare la teoria sopra dell’intuizione è il primo capitolo della serie di tre lectures Citare le tue amiche; una lecture che prende forma nei ritmi di una selezione musicale in cui troviamo materiale affettivo, manifesti, mix di altri artisti, poesie, domande, pensieri, canzoni, denunce condivise da collettivi antirazzisti, club latinoamericani, citazioni di amiche vicine, di se stessa. Una tracklist teorica e affettiva.

TO QUOTE YOUR FRIENDS / CITARE LE TUE AMICHE
Lecture as a Mixtape, 2020

 

CHAPTER 1
Colonial es privilegiar la teoría por y sobre la intuición 

TRACKLIST
Giulia Mengozzi “Erythroxylum coca”
Isamit Morales “Cita a tus amigas” by Ariadna Guiteras
Elysia C + Kelela, “Horizont of a racialized sciencism”
Inti illimani “Danza di Cala Luna”
Wrack “Cut Your Tongue”
La Niña Jacarandá (aka Isamit Morales) “Music Edit Santho Mhiércoles”
Kelman Duran “B DOMIS”
Shared by Kebra (Desculonización), “House of Tupamaras” “Manifiesto”
Sonia Garcia – Radical Love Words by Ravyn Wngz

 

1
Have you ever noticed
When it comes to academic work
No matter what discipline is
We aren’t able to show / discuss / argue / expose
The points of view in which we believe,
Those that we’re  being interpelated in first person
But quoting could make your point valid?

2
EN PRIMERA PERSONA NO SE ENUNCIA
Por que esta primera persona tiene cuerpo
DESDE UN CUERPO QUE SIENTE, NO SE ESCRIBE
La verdad es demostrable, los sentires no

3
La verdad es narrada por un hombre
quien tiene el poder de salir de su cuerpo,
de desdoblarse para decir al resto de seres
animalescos como yo: LA VERDAD
A todos aquellos quienes no podemos entenderla
Porque sentimos.

4
You’ll better quote some(body) whose words are valid;
Valid means actually you don’t know its author in person;
It could be death,
And if it’s alive, it is possible that it is out of your physical radio space.

UN DESCONOCIDO QUE ESCRIBE
QUE NO ERES TU MISMX

5
Enunciar from an objective perspective means
Writing como si no tuvieras cuerpo

6
Colonial es
privilegiar la teoría
por y sobre
la intuición.

7
“Yo cito a mis amigas”
Ariadna Guiteras
Amiga, madre, artista catalana.