L’8 Giugno del 1971 Richard Nixon indice una conferenza stampa per comunicare il messaggio speciale al Congresso, pubblicato il giorno precedente, relativo al piano di prevenzione e controllo dell’abuso di sostanze stupefacenti. Il messaggio spiegava quante e quali risorse economiche sarebbero state destinate per disincentivare la tossicodipendenza e le logiche per favorire la riabilitazione e il reinserimento in società dei consumatori di sostanze; ma la frase che viene registrata e incisa nell’attenzione e nella memoria di stampa ed opinione pubblica è l’impattante dichiarazione di una vera e propria “war on drugs”. Se quest’espressione non vi è sconosciuta, è perché quella conferenza di Nixon è destinata ad aprire una vera e propria fase storica, messa in discussione soltanto nel 2011, quando un report della Global Commission on Drug Policy ne sancisce il carattere fallimentare, con devastanti conseguenze su individui e intere comunità a livello globale.
Le politiche e i protocolli iper aggressivi della war on drugs si riversano spropositatamente sulla popolazione non bianca, in particolare sugli afro-americani. Oggi, per merito dell’esplosione del movimento Black Lives Matter come fenomeno globale, è tutto sommato facile imbattersi in informazioni ed analisi relative ai mostruosi tassi di arresto e dei brutali metodi della polizia nei confronti degli afro-americani. La war on drugs è stata un’arma molto, molto potente, nella criminalizzazione consapevole di chiunque non fosse un average white american. Senza volersi affossare in infinite liste di numeri, basti sapere che, negli anni ’80, a dieci anni dalla suddetta conferenza di di Nixon, a fronte di un incremento del 28% nel tasso di arresti per tutti gli altri crimini, quelli relativi alle sostanze stupefacenti conoscevano un’impressionante ascesa del 126%.
La risposta ad un così alto numero di arresti e condanne – il possesso di marijuana poteva costare dai 2 ai 10 anni di reclusione – si concretizza in un pronto processo di sviluppo della privatizzazione del sistema carcerario, un business consumato, in particolare, sulla pelle dei cittadini afro-americani e ispanici.
In linea con la politica estera aggressiva, la war on drugs non si ferma certo al territorio statunitense: alcuni studiosi affermano che l’espressione sia uno strumento di propaganda atto a mimetizzare numerose operazioni militari o paramilitari e altre forme di ingerenza in paesi stranieri, specie quelli in odor di tendenze socialiste. Un caso estremamente significativo è quello del Plan Colombia, tramite il quale il governo degli Stati Uniti sovvenziona centinaia di milioni di dollari all’anno in aiuti militari, addestramento e attrezzature, al fine di combattere i guerriglieri di sinistra, accusate di essere coinvolte nel traffico di droga. Un gran numero di organizzazioni mercenarie private statunitensi accumula gradi guadagni grazie a queste stesse operazioni. Operazioni che non vanno immaginate ed assimilate esclusivamente all’azione di polizia o militare: ad esempio, nelle giungle dell’America centrale e meridionale, gli Stati Uniti sponsorizzano regolarmente l’irrorazione di grandi quantità di erbicidi come il glifosato.
La catena del narcotraffico viene ripercorsa fino al primissimo anello: la coltivazione delle piante di coca. Si tratta di azioni con conseguenze ambientali disastrose per la salute delle popolazioni di queste aree, per i loro ecosistemi, tra i più fragili e preziosi al mondo.
L’equivalente boliviano del Plan Colombia si chiamava Plan Dignity e prevede il catalogo di pratiche oppressive ai danni delle popolazioni locali, che sono costretti a subire la militarizzazione delle loro esistenze attraverso la pervasiva presenza di militari e para-militari, le cui azioni – che si spingono tranquillamente alle esecuzioni sommarie – rimangono puntualmente impuniti. Le prime vittime sono i protagonisti di quello che prima abbiamo definito il primo anello della catena del narcotraffico: i cocaleros, ovvero i coltivatori della pianta di coca che si occupano della raccolta e vendita delle foglie. Discostandosi dalla narrazione tipica della war on drugs, che aggrega indistintamente coca e narcotraffico, va detto che, laddove la raffinazione della cocaina risale al XIX secolo, le foglie di coca vengono masticate dalle popolazioni sudamericane da millenni a causa delle loro proprietà benefiche e curative, nella quotidianità e in innumerevoli occasioni culturali e religiose. I cocaleros si sono sempre opposti con forza ai tentativi governativi di rimuovere le piantagioni di coca, rifiutando il parallelismo indiscriminato tra coca e cocaina.
Ribellandosi alle logiche oppressive del governo boliviano spalleggiato dagli Stati Uniti, si sono riuniti in sindacati e organizzazioni, lottando per i propri diritti di coltivatori di coca e la legalizzazione della produzione. Nel 2005, Evo Morales, leader del movimento sindacale dei cocaleros boliviani, è stato eletto alla presidenza della Bolivia, prima persona indigena a ricoprire la carica.
Tra i sostenitori del movimento dei cocaleros, uno dei più rappresentativi passaggi nella lunga storia della lotta contro colonialismo e imperialismo in Bolivia, c’è la sociologa, storica e attivista Silvia Rivera Cusicanqui, il cui pensiero fa riferimento tanto alle teorie anarchiche quanto alle cosmologie delle popolazioni indigente Quechua ed Aymara, con le quali si è trovata a combattere in numerose pratiche di resistenza all’oppressione liberalista e coloniale, nelle sue forme più o meno esplicite. In Bolivia il 62% della popolazione si auto-identifica come indigena. Per la stragrande maggioranza, si tratta di lavoratori e lavoratrici: in un’intervista1, Silvia Rivera Cusicanqui sottolinea la declinazione femminista della lotta anti-coloniale boliviala, nella centralità della figura della chola, “la combattente donna”, che ha visto in ruoli importanti nell’organizzazione delle lunghe marce per i cocaleros, nell’organizzazione dello spazio dei mercati come territori comunitari praticamente auto-gestiti, letteralmente sottratti ai violenti moti centripeti dello Stato. “Uno degli aspetti più significativi nella storia anarchica e boliviana” afferma Cusicanqui “è che i loro leader tengono i loro discorsi in Aymara. Pensare che un altro linguaggio non-occidentale, non-europeo stia filtrando il pensiero di centinaia di anarchici, aiutando a formulare, ad espreimere la rabbia, le proposte, le idee; tutto questo crea così tanta ricchezza! In Aymara si può dire ‘noi‘ in quattro modi diversi”. In una seconda intervista2, Cusicanqui racconta del collettivo di cui fa parte: Ch’ixi, che significa macchia in Aymara. È composto principalmente da mestizos e il nome vuole enfatizzarne la discendenza impura, la macchia indigena che è la forza delle loro soggettività, la parte da cui hanno appreso “l’idea di comunità e di ciclicità” in particolare “l’intimità con i cicli della natura”. Ma riconoscono anche il valore della loro libertà individuale, i loro diritti in termini di identità sessuale, di orientamento sessuale, il diritto all’aborto – concetti che dichiarano di aver deputato dalla tradizione europea.
Ch’ixi accoglie la contraddizione con gioia: per spiegarlo, Cusicanqui fa ricordo alla logica trivalente della cultura Aymara, fondata sul “terzo incluso” in cui si identifica ciò e chi non è né uno né altro, ma uno e altro al tempo stesso, al di là di qualsivoglia logica binaria.
Il pensiero e l’attivismo di Silvia Rivera Cusicanqui, la sua ventennale critica delle espistemologie occidentali, stanno nel tracciato dei subaltern studies, filone degli studi post-coloniali che si fonda sulla nozione di subalterno coniata da Antonio Gramsci per identificare i gruppi sociali esclusi e allontanati dalle istituzioni socio-economiche al fine di negare la loro voce, la loro capacità di espressione politica. L’oppressione subita dalle popolazioni subalterne non esclude, ovviamente, la sfera del lavoro intellettuale, della ricerca, della produzione di conoscenza. Nel celebre libro Orientalismo (1978), Edward Said evidenziava come le geografie immaginarie dell’Oriente prodotte dagli occidentali ancor prima di raggiungerlo fisicamente, avessero concettualmente preconizzato l’alterità delle popolazioni orientali, ponendo le basi per giustificarne la conquista e il dominio. Stuart Hall indirizza, in termini ancor più espliciti, le modalità con cui il potere del discorso culturale creato per rinforzare la dominazione occidentale, modalità che prevedono l’applicazione e la naturalizzazione di categorie culturali, linguaggi e nozioni eminentemente occidentali; le epistemologie che ne conseguono diventano prassi sociali e, infine, diventano realtà.
Per non essere relegata alla dimensione del mito e del folklore, la produzione di conoscenza non occidentale necessità di esprimersi attraverso linguaggi e posture intellettuali validate dal pensiero eurocentrico. Lo spiega chiaramente bell hooks (Gloria Jean Watkins), nel problematizzare la ricerca accademica. Per bell hooks non esistono compromessi possibili tra la conservazione dello statuto di esperto da parte dell’intellettuale occidentale e la sua eventuale volontà di comunicare con le soggettività subalterne.

