GAETANO CUNSOLO

Gusto Luna

28 AGOSTO 2020

La parola cinese 月亮门 si traduce come porta della luna. La porta della luna è un’apertura circolare ricavata nel muro di un giardino ed è un elemento tradizionale del giardino cinese carico di diversi significati spirituali e sociali, dato che questo tipo di architettura caratterizzava, originariamente, soltanto le abitazioni dei nobili abbienti. Oggi, le moon gates si trovano nei giardini di tutto il mondo – come testimoniato da numerose e un po’ stucchevoli bacheche Pinterest. In legno, in pvc, free-standing, ricavate nei muri: sono per lo più tipiche del mondo anglosassone (si noti che siamo passati a parlare di moon gate), perché è tramite giardinieri e architetti inglesi (e quelli statunitensi a seguito) che questo elemento viene introdotto in Occidente a partire dal Settecento e ancor più diffusamente nel corso dell’Ottocento: secoli di esotismo, orientalismo e Chinoserie, di semplificazioni estetiche, geografiche e culturali in cui con il termine “Cina”,  gli europei potevano indicare un qualsiasi punto di una più ampia regione del mondo che poteva comprendere la Cina stessa, ma anche il Giappone, la Corea, l’Asia Sud-Orientale ed i paesi dell’Oceano Indiano, l’India o la Persia. Una generica atmosfera orientale ed esotica che nella mente occidentale arriva a costituire uno stile, allora come oggi utilizzato come fantasiosa fonte di ispirazione per la creatività artistica – e uno strumento per poter costruire l’identità occidentale per contrasto, costringendo le cosiddette culture orientali in formule stereotipiche1.

   È semplice trasformare un qualsiasi elemento, una volta stereotipato, in un complemento d’arredo. In questo senso, la moon gate diventa una sorta di cornice circolare utile ad esaltare una vista, un frammento di paesaggio, una parte graziosa del giardino, una particolare pianta o albero in fiore.

   Nel mondo anglosassone, i giardini delle classiche villette a schiera medio-borghesi sono per lo più divisi in due parti: il back yard, sul retro, è il giardino vero e proprio, nel senso etimologico del franco gard, ovvero orto, spazio chiuso, delimitato, privato, aperto agli abitanti della casa e alle persone ammesse alla frequentazione domestica. Al giardino di facciata, il front garden, viene attribuito il compito di accogliere il visitatore, ma anche catturare lo sguardo del passante. Di rappresentare, in definitiva, lo stile e le scelte di vita di chi abita la casa. Immaginiamo un cinquantenne del New England che decida di inquadrare una porzione del suo front garden con cancelletto bianco in pvc effetto legno la cui parte superiore è caratterizzata da una grande apertura circolare in stile moon gate. Ha viaggiato in oriente, in gioventù? Gli sarebbe piaciuto farlo? O è solo una manifestazione inconsapevole di un gusto per gli oggetti un po’ kitsch, definibili, seguendo Walter Benjamin, oggetti utilitaristici capaci di offrire una sorta di gratificazione emotiva immediata, senza alcuno sforzo intellettuale? Senza alcuna offesa per il nostro ipotetico cinquantenne del New England, s’intende.

   Nel suo testo fondamentale La Distinzione, Critica sociale del gusto, Pierre Bourdieu spiega come alcune pratiche siano in grado di esplicitare compiutamente specifiche differenze sociali, al punto che il gusto stesso diventa un sistema di classificazione sociale, un’attitudine ad appropriarsi, simbolicamente o materialmente, di beni o pratiche socialmente classificanti. Bourdieu afferma che il gusto non appartiene a un ordine “naturale” e innato, ma colloca la sua matrice nell’habitus, un modello culturale non-cosciente progressivamente appreso dagli individui, principio generatore e organizzatore «di pratiche e rappresentazioni che possono essere oggettivamente adattate al loro scopo senza supporre la visione cosciente dei fini e il dominio esplicito delle operazioni necessarie per ottenerli»2.

   Viene da chiedersi cosa pensasse Bourdieu della pratica del giardinaggio, in quale campo («mondo significante, dotato di senso e di valore, nel quale vale la pena investire le proprie energie») i suoi studi l’avessero portato ad inquadrarla. Il giardinaggio viene menzionato brevemente ne Il Dominio del maschile, in cui Bourdieu espone e condanna i processi storici che hanno contribuito alla naturalizzazione della subordinazione femminile e l’interiorizzazione delle strutture patriarcali: «principi di visione e di divisione» scrive «che portano a classificare tutte le cose del mondo e tutte le pratiche secondo distinzioni riducibili all’opposizione tra maschile e femminile». Laddove agli uomini si riserva ciò che concerne il pubblico, l’esterno, pratiche che segnano una rottura nel corso dell’ordinario della vita, le donne vengono costrette «dalla parte dell’interno, dell’umido, del basso, del curvo e del continuo, si vedono assegnare tutti i lavori domestici, cioè quelli privati e nascosti, se non invisibili o vergognosi, come la cura dei bambini e degli animali, nonché tutti i lavori esterni che vengono affidati dalla ragione mitica, cioè quelli legati all’acqua, all’erba, al verde (come la sarchiatura, l’orticoltura o il giardinaggio)». Prendendo le distanze e mettendo momentaneamente da parte il giudizio svilente che la logica patriarcale riserva nei confronti delle attività di cura, rimane a galla il fondamentale rapporto tra giardino e cura, l’ipotesi della biofilia teorizzata da Wilson nel 1984 come «l’innata tendenza a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente»3. 

   Gardening is the new sex! sentenzia Vogue nel 19983 e a questo punto non rimane che chiedersi se l’affinità chiaramente retorica ma nondimeno puntuale suggerita dalla nota rivista di moda, intenda una connessione con la sfera affettiva o, piuttosto, con la dimensione del consumo edonistico. Tra gli anni ’80 e ’90, il giardinaggio (come del resto molte, molte altre cose) conosce un proliferare di pubblicazioni editoriali e spazi mediatici specificamente dedicati, al punto che il giardino può venir situato all’interno di un frame che ricorda un po’ l’ironica descrizione tracciata all’inizio di questo testo. Il giardino come luogo di consumo, dove si costruisce la propria identità di consumatore, in maniera pressoché incosciente rispetto alle coordinate di classe e genere individuabili nel modo in cui la conoscenza della vegetazione domestica è stata tramandata.

 

1. E. Said, Orientalismo, 1978
2. P. Bourdieu, Le sens pratique, 1980;
3. E.O. Wilson, Biophilia, Cambridge, 1984;
4. L. Taylor, A Taste for Gardening: Classed and Gendered Practices, 2008.

CARILLON
GAETANO CUNSOLO

Serie di video, 2020

Il lavoro di Gaetano Cunsolo prende forma attraverso protocolli di ricostruzione che coinvolgono scultura, istallazione, fotografia, suoni. Ogni medium diventa marcatore di un pensiero in movimento, dinamico, che riflette in primis sui processi di trasformazione, in particolare sulle modalità in cui è possibile ri-significare gli elementi residuali di un paesaggio, gli scarti delle attività di produzione, riconsiderare modelli e soluzioni in disuso1. Per farlo, è necessario sottrarre o rintracciare elementi che già si sono sottratti da un ordine prestabilito (sociale e funzionale), da una regolamentazione d’utilizzo. Sono processi debitori delle prassi tipiche dell’architettura vernacolare, finanche abusiva, delle classi popolari suburbane – si pensi ai celebri orti urbani milanesi illustrati da Ugo La Pietra – o ai rave negli ex edifici industriali come, appunto, scuole di ri-significazione del reale.
    Nei brevi sketch video che compongono Carillon, il confronto con la scala monumentale che caratterizza gran parte della pratica di Gaetano Cunsolo si trova ad affrontare la sfida inversa, già incorporata in altri lavori. Ma se in operazioni come Buildless (presso Il Colorificio, Milano, 2019) la coreografia narrativa della performance prendeva le mosse da oggetti le cui dimensioni erano effettivamente ridotte, ma nondimeno continuavano ad afferire al mondo delle costruzioni, dell’edilizia, in Carillon la sperimentazione scavalca l’ambito dei materiali per gettarsi in un campo di codici simbolici, di abitudini ed habitus che toccano la sfera dell’abitare in maniera meno plateale e diretta. Nei brevi video troviamo micro ambientazioni domestiche (la nicchia ricavatasi tra il pavimento e la struttura di una pesante scrivania, la superficie di un tavolo o forse una mensola, la scaffalatura di una libreria) in cui l’arredo contribuisce a definire una sorta di frame per contenere diversi oggetti.

In queste composizioni, in questi layout, insieme a soprammobili, fotografie e suppellettili di varia natura, ricorre una sorta di carillon autoprodotto che ci permette di assistere alla continua rotazione meccanica di una cornice vegetale. La cornice è ricavata dalle pagine di alcune riviste di giardinaggio – per lo più risalenti agli anni ’80.
    Mentre il titolo del lavoro allude sottilmente ad una certa leziosità che spesso troviamo nel modo in cui le piante vengono utilizzate come oggetto d’arredo negli spazi domestici, il giardinaggio come pratica domestica va inteso nella medesima linea di ricerca dei precedenti lavori: ogni singolo elemento della casa è un residuo di paesaggio e le riviste – a loro volta materiali residuali recuperati, come la stragrande maggioranza dei materiali nei lavori di Gaetano Cunsolo – marcano il riferimento alle codificazioni convenzionali, alle rappresentazioni maggioritarie delle pratiche che danno forma e significato alla nozione di abitare. Una nozione sempre situata, storicamente e geograficamente, rispetto alla quale questi piccoli lavori compiono una sorta di operazione di scavo e ri-composizione pseudo-archeologica, che testimonia e al contempo ri-significa una pletora di piccoli scarti. E dal momento in cui questi ritagli sono piccoli scarti della produzione editoriale, un’eredità enciclopedica tattile ed analogica, ci si può spingere ad immaginare questi brevi video come giocose rimediazioni (in inglese, remediation) nel senso del neologismo coniato da Jay David Bolter e Richard Grusin nel celebre omonimo testo: la rappresentazione di un medium  in un altro. Dal magazine de loisirs allo spazio digitale.

 

1. Théo-Mario Coppola, Gaetano Cunsolo, pubblicato su Flash Art, 23 / 10 / 2018.
https://flash—art.it/article/gaetano-cunsolo/