VALENTINA ROSELLI

POSSIBILITÀ DELL’INTELLIGENZA VISIVA

8 OTTOBRE 2020

Immobile o animata dal vento, la bandiera è un potente oggetto attivante. C’è chi ne subisce il fascino puramente grafico, chi reagisce emotivamente al sentimento di appartenenza o repulsione, chi si immerge nello studio della vessillologia; più raro è rimanere indifferenti al senso di identificazione proprio di questo oggetto. Una bandiera è in grado di evocare la percezione su più livelli e integrare le possibilità dell’intelligenza visiva.

Intelligenza visiva, è un termine coniato con il contributo di Ian Robertson (2002), direttore del Trinity College Institute of Neuroscience di Dublino, che definisce le capacità cognitive legate all’immaginazione e all’utilizzo di quello che l’autore chiama “l’occhio della mente”.

Le esperienze quotidiane oltre ad essere comunemente percepite attraverso i cinque sensi attivi, vengono anche registrate tramite un sistema di consapevolezza e rielaborazione interiore, determinato dalla sensibilità specifica dell’individuo; l’intelligenza visiva comprende diverse abilità che possono essere sviluppate secondo i propri personali sentieri immaginifici. Vengono genericamente definite capacità di visualizzazione e si possono distinguere almeno in sette categorie: la capacità di visualizzazione visiva / uditiva /olfattiva / gustativa / tattile / propriocettiva (relativa alle posizioni e ai movimenti del corpo e alle sensazioni specifiche derivanti dagli organi) / cinestetica (ovvero le sensazioni generali presenti nel corpo, derivanti dalla somma di più sensazioni propriocettive che permettono di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio).

Distinguere le capacità di visualizzazione da quelle di rievocazione  ha dell’inafferrabile ed espone a parziali sovrapposizioni quotidiane. Come nel caso dei falsi ricordi, in alcuni casi è possibile che emerga un passato mai esistito proprio in funzione dell’intelligenza visiva, in cui i processi ricostruttivi della memoria si mescolano alla realtà, il cervello umano infatti utilizza le stesse vie nervose quando vede e quando immagina di vedere.

La capacità di creare immagini mentali di oggetti non presenti o non esistenti nella realtà dipendono anche dallo sviluppo mentale di chi visualizza. La visualizzazione può essere creata dai ricordi ma si possono costruire nella mente anche situazioni mai vissute nella realtà.

Col passare del tempo, la capacità di visualizzare interiormente il mondo diventa sempre più faticosa e complessa, un evento che può essere paragonato al disturbo della vista definito “occhio pigro”. Come accade per questo deficit oculare, anche “l’occhio della mente” sopracitato, deputato all’immaginazione, può diventare pigro. Per attivarlo si può ricorrere un allenamento sensoriale alleato, per esempio una lettura che non stimoli solo la produzione di parole ma anche quella di immagini mentali. Riguardo a questa organizzazione della mente umana, le neuroscienze mostrano interessanti risultati di ricerche fatte su soggetti in cui i due emisferi cerebrali non comunicano tra loro (“split brain”), gli studi mostrano infatti che l’emisfero cerebrale destro, che ha capacità linguistiche ridotte, può conoscere degli aspetti della realtà che è assolutamente incapace di esprimere verbalmente.

Testo e immagine di Valentina Roselli

EMBLEMA
VALENTINA ROSELLI, 2020
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Sfide cognitive e spirituali che ripagano in modo lento e silenzioso: approfondire la metafora vegetale non si presenta come miglior affare sulla scala temporale che domina la specie umana.
Emblema nasce da questo sentimento, forza il sistema arruolando piante, vessilli, alcune nozioni sull’organizzazione della mente umana.
Valentina Roselli si è concentrata su sei paesi che hanno scelto la rappresentazione di un elemento vegetale come emblema per la propria bandiera: Canada, Cipro, Eritrea, Grenada, Libano e Macao, vessilli che sventolano in assenza di altri evidenti simboli legati alla presenza umana.

Per quanto riguarda le immagini delle bandiere, l’artista ha scelto il bianco e nero come espediente per disattivare il violento impatto visivo dei colori nazionali e portare l’emblema vegetale al centro dell’attenzione. Il nucleo di questa riflessione si basa sul concetto di Plant Blindness (cecità alle piante), introdotto nel 1998 da Wandersee e Schusser; i due studiosi sostengono di essere arrivati a questa definizione “dopo anni di discussioni, letteratura di ricerca e una buona dose di trepidazione”.

Ormai obsoleta, la classifica antropocentrica che vede le piante come esseri inferiori agli animali porta alla conclusione che queste non siano degne di grande considerazione. La cecità che rende scontata la presenza delle piante e conduce all’incapacità di notarle nel loro ambiente, comporta anche la difficoltà di riconoscere il loro impatto sulla biosfera e negli affari umani. Mantenendo una sana distanza da una certa retorica dell’inclusività, nasce spontaneo chiedersi se questa mancanza di sensibilità verso le piante possa essere alla base di molte altre incomprensioni relative alla nozione di “diversità”.

L’artista è molto legata ad una teoria secondo cui le piante non vengono comunemente registrate come parte dell’evoluzione umana, perché non sono mai state percepite come minaccia alla nostra sopravvivenza. Appaiono immobili e innocue, a differenza di animali e persone dalla quale difendersi – che sono, invece, creature controllabili.
Le piante sono capaci di straordinarie strategie adattive, perché non possono scappare. Per riuscire a mantenere il loro posto, devono fronteggiare problemi e minacce sul momento; procrastinazione, negazione e fuga non sono opzioni.