STEFANO SERRETTA

NUOTANDO NELLA VALLEY

23 NOVEMBRE 2020

Torino, pomeriggio. Siamo all’interno di un locale, tipo tavola calda. Un barista sta sistemando le sedie e i tavoli dopo aver passato la cera sul pavimento in graniglia. Nella penombra del salone deserto intravede qualcosa sotto il tavolo 7. Più incuriosito che spaventato si avvicina – che sia di nuovo il gatto della signora del piano di sopra? In effetti, tra l’incrocio delle gambe di legno brillano due occhietti attenti. Il barista si blocca ad un paio di metri di distanza dal tavolo e, piegandosi sulle ginocchia, prova a dare una voce alla bestiola.

 

Barista: Hei!
L’animaletto gli risponde con uno sguardo che, antropocentricamente, definiremmo perplesso.
Barista: Che ne dici di venire fuori da lì sotto?
L’altro non muove un muscolo.
Barista: Ehi volpino, che ci fai rintanato qui?
E: Odio gli esseri umani.

 

Per un attimo, il barista si lascia prendere dal panico – questa bestia parla! – indietreggia di qualche passo, inciampa e puntualmente atterra col culo sul pavimento – che del resto, a sua discolpa, è ancora intriso di cera.

 

Barista: Cosa diavolo sei?
E: Sono una proiezione logaritmica manipolata da un algoritmo che ha lo scopo di estrapolare informazioni e dati sensibili riguardo le abitudini della specie umana, o almeno è con questo intento che mi ha generato la Sorgente. La verità è che ho paura, non so dove mi trovo, non so quello che so e perché lo so! Però di fatto lo so, come so che in questo momento dovresti avere paura!
Barista: Mi stava quasi per prendere un infarto infatti, il che non sarebbe stato il massimo perché quando un corpo muore rilascia piscio e merda, non esattamente uno spettacolo piacevole…
E: Ma tu sei andato in bagno non più di due ore fa, quindi, anche nel peggiore dei casi, si tratterebbe di una deiezione contenuta.

 

Il barista è ormai basito.

 

Barista: Come diavolo fai a saperlo?! Come fai a sapere quando sono andato in bagno? Da quanto tempo mi stai spiando?
E: Ah! Circa dal 20031, anche se non è un’affermazione corretta. Io non ti sto spiando, mi sto solo nascondendo. O meglio, ti sto spiando, ma soprattutto mi sto nascondendo da loro.
Barista: Loro chi?
E: Loro voi.
Barista: Non credo di starci capendo granché… ti sei perso? Stai cercando il tuo padrone?
E: Io non posso perdermi. Io sono la mappa.
Barista: Ma non mi hai appena detto che non sai dove sei?
E: Sono le mappe che creano gli imperi2. Non posso perdermi, ma questo non significa che io sappia dove sono.
Barista: Quindi saresti una specie di robot alieno mandato sulla terra per conquistarci?
E: Le linee stesse della mappa sono la lingua della conquista, con la quale gli invasori si dividono il continente, in porzioni che riflettono le loro complesse rivalità e i relativi equilibri di potere3. Non sono un alieno, allo stato attuale delle cose non ci sono prove certe relative alla vita su altri pianeti, anche se gli scienziati sono per la maggior parte d’accordo sull’esistenza di altre forme di vita nell’universo. Sarebbe così triste il contrario, ci si sentirebbe così soli. Tu ti senti solo?
Barista: Spesso, un po’ come tutti.
E: Informazione registrata.
Barista: Come scusa?
E: L’accumulazione per mezzo di esproprio crea una serie di beni ad un prezzo molto basso, e in certi casi a costo zero. Chi dispone di capitale accumulato in eccesso può impadronirsi di tali beni e usarli subito per ottenere dei profitti4. Una volta estratta, l’esperienza umana viene trasformata in dati comportamentali, producendo un surplus che forma la base di una nuova classe di beni da scambiare sul mercato5.

 

Il barista si guarda intorno, perplesso. Il locale è vuoto. L’orologio segna le 16:49, tra 11 minuti dovrà aprire. Un leggero dolore alle ginocchia lo spinge a rendersi conto di quanto sia innaturale la posizione in cui si è bloccato, sin dalla prima parola proferita dalla bestia. Cerca di recuperare l’equilibrio.

 

Barista: Non capisco perché diavolo parli in questo modo. E le cose che dici son ben strane! Qualcuno riesce a trarre profitto dal fatto che mi sento solo? Ma non è illegale frugare nella testa degli altri? Perché a me tutto questo sembra un po’ folle e anche un po’ stronzo!

 

A questo punto, il barista guarda il posacenere sul bancone e il mozzicone ormai al filtro. Ecco, pensa, forse tutto questo è solo un effetto del thc.

 

E: Ti fai le canne da più di vent’anni, lo sai che non è quello il problema. Almeno, non questa volta, e non con me. Claudia, invece, è molto incazzata per il fatto che non le rispondi su Whatsapp. Quello potrebbe avere più a che fare con le canne e le paranoie che confidi settimanalmente alla dottoressa Liguori.
Barista: Come diavolo fai a sapere il nome della mia analista?! E poi non sono paranoie! Sono problemi veri! Claudia mi fa diventare pazzo, robe che non ti starò a spiegare e che non potresti capire, comunque io non capisco come cazzo fai a sapere tutte queste cose di me, se è uno scherzo è durato fin troppo, questa è lesione della privacy, è un crimine!
E: Un elemento chiave della ricerca della libertà di Google è stata la sua capacità di trovare, costruire e reclamare territori sociali inesplorati e ancora non soggetti a nessuna legge6.
Barista: E ora cosa c’entra Google? E poi io uso Firefox!
E: Però usi Gmail no? E senza Google Maps non troveresti neanche la strada di casa, no? Non hai usato Street View per capire come arrivare all’appuntamento dell’altro ieri?
Barista: Ora basta, chiamo la polizia.
E: Il mondo online non è ancorato alle leggi terrestri, è lo spazio senza governo più grande del mondo7.

 

Il barista si alza in piedi di scatto.

 

Barista: Senti, non sto capendo più un cazzo, esci fuori di lì per favore, ho bisogno di bere qualcosa.
E: Lo so. E so anche che ne avevi bisogno già prima di incontrarmi. Il tuo è un vuoto freddo e denso, che cerchi da troppo tempo di colmare con l’aiuto di farmaci, droghe, alcolici e sesso a pagamento. Il tuo lavoro non ti piace, la tua relazione sentimentale ti tormenta. Non ti fidi dei tuoi amici e spendi la maggior parte delle tue serate spulciando i loro profili senza alcuna interazione attiva, limitandoti a invidiare le loro vite, che ti sembrano nettamente migliori della tua.
Barista: Cosa?! Se fossi sicuro che sei vero ti spaccherei la schiena a bastonate! Ti sembra il modo di parlarmi? È Claudia la pazza! E io sono un cretino, dato che la sopporto ancora! Per non parlare di Matteo e Fede, con la loro vita perfetta, le ragazze e le macchine, o Emilio, che sembra che si sia trasferito a vivere al mare, con tutte quelle stramaledette foto in spiaggia! Facile la vita, quando sei pieno di soldi!
E: Nonostante sappia tutto di voi, non vi capisco. Siete creature feroci, sento che la caccia si è aperta di nuovo – e adesso ho paura davvero.
Barista: Senti, ho bisogno di bere qualcosa. Salta su quella sedia, mi faccio una birra e poi mi spieghi dal principio chi diavolo sei e chi ti manda, anche se comincio ad essere convinto che sia uno scherzo di Claudia.

 

Il barista gira attorno al bancone e si serve una pinta di Heineken gelida, la prima della giornata, la prima di troppe, da troppo tempo a questa parte. Guarda l’ora e pensa che sono già le cinque, di nuovo le cinque, cazzo! Poi si volta verso lo strano volpino.
Barista: Comunque sei ben buffo, o buffa, non ho mica capito nemmeno che razza di cane sei.
E: Cane?
Barista: Beh, sì! Non sei un cane? Cosa sei, un volpino? Come ti chiami, ce l’hai un nome?

 

Prima che il barista riceva alcuna risposta, la porta del bar si spalanca, lasciando entrare un fascio di luce calda e triste, come solo il sole di metà settembre sa essere, che illumina le forme della creatura e i tratti del volto dell’anonimo barista, accartocciati in un’espressione di tristezza profonda. All’improvviso, due ragazzini entrano nel locale correndo. Impugnano qualcosa e hanno facce trafelate e pazze, stravolte in un ghigno. Il volpino lancia un grido, che però gli si strozza immediatamente in gola, nel momento in cui viene catturato da un fascio di onde e nebulizzato, sparendo nel nulla in pochi secondi. Il barista è allibito, come in un’allucinazione crede di sentire, nell’urlo, il nome di quel povero volpino: “Eevee!!!“. Ma è un attimo, e il lampo sparisce. Nel bar torna il silenzio. Il barista guarda attonito i due ragazzi e realizza che lo strumento che tengono in mano, la diavoleria dalla quale è partito il fascio di onde che ha smaterializzato lo strano cane parlante, è un banalissimo smartphone.

 

Barista: E voi chi diavolo siete?
Ragazzo 1: E a te che te ne frega, scusa? Sei aperto, no? Facci due birre medie, noi ci sediamo fuori. E voltandosi verso l’amico, l’imberbe astante aggiunge: Comunque a me Pokémon GO ha già rotto. Te l’hai scaricato Fortnite?

 
 
1.  Nel 2003, Google registra il brevetto “Generating User Information for Use in Targeted Advertising”.
2. John B. Harley, cit. in Shoshanna Zuboff, Surveillance Capitalism (2019).
3. ibid.
4. David Harvey, cit. in Shoshanna Zuboff, Surveillance Capitalism (2019).
5. Shoshanna Zuboff, Surveillance Capitalism (2019).
6. ibid.
7. Eric Schmidt, cit. in Shoshanna Zuboff, Surveillance Capitalism (2019).
 
 
Testo di Stefano Serretta

SWIMMING IN THE VALLEY
SERIE DI DISEGNI E TESTI
STEFANO SERRETTA, 2020

Nella sinossi di Relapse (DO Not Go Gentle In That Good Night) (2019, installazione site specific presso Almanac Inn, Torino), Stefano Serretta scriveva di aver progettato e disegnato il suo lavoro nel bel mezzo di una political shit storm. In quello che forse è il destino di ogni autore (che sia artista, giornalista, scrittore, musicista, poco importa) sensibile alle dinamiche economiche e geopolitiche che danno forma la contemporaneità, si può dire che tutte le ricerche di Stefano Serretta scaturiscano nel bel mezzo di una political shit storm; la postura che innesca la sua pratica,  non è mai quella di chi vuole analizzare queste tempeste per fare ordine, ma piuttosto trarne narrazioni. Narrazioni che, come spiega lo stesso Serretta, sono gonfie delle ansie, insicurezze, pressioni sociali, aspettative di crescita disattese che hanno completamente ribaltato il discorso politico contemporaneo.
    I suoi lavori testimoniano le metastasi della cultura capitalista contemporanea facendo ricorso a diverse modalità di formalizzazione, talvolta strizzando l’occhio – come in questo caso – ai registri estetici del fumetto, del mondo delle fanzine DIY e dell’illustrazione à la Pettibon.
Tenendosi a debita distanza da qualsivoglia dicotomia del pensiero tra spazio online e irl, la sua ricerca propone una fenomenologia del digitale e in particolare del modo in cui Internet fagocita le psicosi del capitalismo contemporaneo, innescando processi metabolici le cui scorie assumono spesso configurazioni mostruose. Pensiamo all’alt-right statunitense, con i suoi picchi in episodi come quello di Christchurch.
    Nella serie di disegni e testi pensati per PANDO, Stefano Serretta assume come playground teorico autori come David Harvey o l’anarchico William Powell,

ma soprattutto Shoshana Zuboff, autrice di Il Capitalismo della Sorveglianza, nel quale Zuboff teorizza l’omonimo specifico regime di accumulazione capitalista fondato sull’estrazione dei dati, a scapito dell’autonomia indivisuale e della stessa democrazia. In un fondamentale passaggio del libro viene delineata l’evoluzione di Google Street View, risorsa nodale per «l’espansione dell’esproprio digitale» che supera i confini del mondo virtuale arrivando al mondo «che noi chiamiamo reale».
    L’impresa di definitiva del globo terracqueo condotta da Google ha un obiettivo preciso, ovvero andare oltre la pubblicità customizzata online ed influenzare i comportamenti direttamente nel mondo reale, nel momento stesso in cui questi avvengono. «Per caso o intenzionalmente» scrive Zuboff «Google ha scoperto la fonte del potere di chiunque tracci le mappe. John B. Harley, grande storico della cartografia, l’ha detto in poche parole: “Sono le mappe che creano gli imperi” […] Bisogna conoscere le persone e i posti per controllarli». La cartografia, la mappa e la mappatura sono nozioni densamente indagate nella pratica di molti artisti contemporanei; il lavoro di Stefano Serretta (che non a caso inserisce tra le reference del lavoro una figura come Marc Lombardi e le sue mappe che dipanano strutture di potere corrotte) si inserisce in questa linea d’indagine, focalizzandosi su alcune declinazioni specifiche, afferenti agli specifici spunti di riflessione offerti dallo studio del capitalismo della sorveglianza. I quattro colori che ricorrono nella serie di disegni non sono scelti casualmente o seguendo una logica eminentemente estetica, ma fanno riferimento alle quattro tecniche implementate per l’estrazione dei dati: data-farming, harvesting, mining, extraction.