STEFANO SERRETTA + THE COOL COUPLE

TERMOGENESI E ALTRI DATI

28 SETTEMBRE 2020

Una fitness influencer sorride, socchiudendo gli occhi nocciola enfatizzati da un filtro che le modifica il volto, rendendo le sue ciglia lunghissime e il ponte nasale piatto come quello di un neonato. Ha prodotto almeno sei storie parlando della piaga della ritenzione idrica e di come sia riuscita a “sfiammare” le sue gambe – non capisco più se si stia ancora parlando di ristagno di liquidi o di un incendio – smettendo di correre e bilanciando l’altrimenti compromesso dispendio calorico complessivo aumentando il neat. Neat è l’acronimo di non-exercise activity thermogenesis, ovvero qualsivoglia attività fisica non assimilabile all’esercizio fisico intenzionale. Fare le pulizie, gesticolare, camminare e via dicendo. In particolare, la nostra divulgatrice di meraviglie, insiste sull’importanza di monitorare il numero di passi effettuati nel corso della giornata, al fine di assicurare l’ottimizzazione di questo processo metabolico senza dover ricorrere alla ben più traumatica corsa o ad ancor più minacciosi esercizi cardiovascolari ad alta intensità. Senza soffermarci sul grado di accuratezza – decisamente soggettivo – di questa spiegazione e soprattutto senza soffermarci sulla dramma costituito dall’esistenza della ritenzione idrica – un parametro ancor più soggettivo – verrebbe da chiedersi: quanti dati sulla  nostra vita personale regaliamo a qualche tech-company (verosimilmente Google) per poter monitorare con accurata precisione quanti passi ci separano dal nostro obiettivo estetico?
Quello del conteggio dei passi giornalieri – ancor più se lo si immagina veicolato da una immaginaria ma verosimile fitness influencer – è un espediente retorico piuttosto scontato -e forse sottilmente misogino – per introdurre il problema dell’estrazione, accumulazione e commercializzazione dati da parte delle Big Tech.  

   Avremmo potuto menzionare, ad esempio, il recentissimo annuncio di Facebook Reality Labs del nuovissimo desktop virtuale multi-finestra Infinite Office VR workplace ed altre applicazioni del dispositivo Oculus Quest 2. L’acquisizione di Oculus da parte di Facebook è un chiaro indice di quanto la mega-mega-corporate sia intenzionata a sfruttare il senso di presenza corporea in assenza di corpi che la realtà virtuale è in grado di innescare per conquistare nuove frontiere, ben oltre la sfera dell’entertainment (ad ora, Oculus è particolarmente popolare tra i gamers), sviluppando strumenti per il lavoro, l’apprendimento, la socialità e così via. Una direzione prevedibile, dopo il primo episodio di lockdown su scala pressochè globale. Ma, considerati i precedenti, sembra altrettanto prevedibile e lecito immaginare che i dispositivi per la realtà virtuale costituiscano principalmente un potenziale El Dorado per le pratiche di estrazione di dati. “Nello spazio di un respiro” recita la traccia Accelerazionismo, in Karma Fails «dati sensibili vengono trafugati».

   In Capitalismo della Sorveglianza (tra le fondamenta teoriche della ricerca condotta da Stefano Serretta), Shoshana Zuboff ci racconta la parabola dell’esponenziale crescita economica che ha caratterizzato la parabola di aziende come Google dal momento in cui, agli inizi degli anni 2000, sperimentano modi di raccogliere e capitalizzare quello che Zuboff chiama surplus comportamentale, ovvero tutti i dati e le tracce che lasciamo nel web tramite smartphone, i tablet e i computer. Non che questo non avvenga anche irl (in-real–flife), dal momento in cui le tecnologie di raccolta dei dati attualmente disponibili non sono più limitate alle azioni che effettuiamo coscientemente nello spazio online, ma vengono implementati anche negli spazi fisici tramite innumerevoli dispositivi di controllo. Dati che vengono estratti, analizzati, tradotti in previsioni sui nostri comportamenti e rivenduti ai più svariati acquirenti. Scandali come Cambridge Analytica hanno portato a galla il modo in cui questi dati possono essere utilizzati come arma illegittima, ma quel che raggela, ancor più dell’information warfare, sono le logiche di normalizzazione di tutto questo,

   Nel corso di un’intervista1, Zuboff afferma che, fermo restando che siamo tutti in debito con Christopher Wylie per aver portato alla luce gli abusi del caso Cambridge Analytica, «questi metodi sono poco più di un mhh-passami-il-sale-per-favore nella quotidianità di ogni capitalista della sorveglianza che si rispetti». E cioè, bazzecole. Zuboff ha teorizzato le dinamiche del ciclo dell’esproprio, un processo in quattro fasi (incursione, assuefazione, adattamenti, re-indirizzamento) che permette alle tech companies di abbassare di volta in volta l’asticella della legalità e della legittimazione sociale nei confronti delle loro operazioni. Questo ha richiesto, negli anni, «una complessa convergenza di operazioni politiche, sociali, amministrative e tecniche, che potessero contare su uno scaltro management e protrarsi per un lasso di tempo prolungato»2.

   Nel 2017, Google investe 17 milioni di dollari in attività di lobbismo, ma non è loro esclusivo appannaggio. Tutte le Big Tech hanno una postura estremamente aggressiva in tal senso, al fine di respingere o indebolire i regolamenti sull’utilizzo dei dati – in particolar modo riguardo i confini relativi ai dati biometrici. Le inchieste giornalistiche, le class actions, i problemi legali e le multe da pagare assediano ricorsivamente i grandi attori della Sylicon Valley, che, tuttavia, procedono imperterriti nel perseguire le strategie di assimilazione dei loro prodotti nel mercato globale, fino a che questi diventano indispensabili. Effettivamente, chi avrebbe mai voglia di contare autonomamente i propri passi quotidiani?

   Nel suo libro Capital Is Dead. Is it Something Worse?, la scrittrice e studiosa di new media theory McKenzie Wark, avanza una tesi radicale quanto provocatoria: dovremmo pensare ai capitalisti come classe dominante in declino, se non già abbondantemente superata. Chi ha scalzato i capitalisti dal podio della stratificazione sociale? La tesi si Wark è che proprietà dell’informazione – ovvero dei dati – siano al centro dei nuovi mercati e che, di riflesso, i soggetti che possiedono e controllano l’informazione siano da considerare classe dominante emergente. Le prospettive di Zuboff e Wark sembrerebbero perfettamente sovrapponibili, ma Wark potrebbe dirci che non si può parlare di capitalismo della sorveglianza perchè il capitalismo stesso è stato superato, in termini di capacità di sussunzione, da un sistema inedito e spaventosamente pervasivo.

   A dispetto delle retoriche tecno-entusiaste (e McKenzie Wark non è esattamente una primitivista luddista o assimilabile a qualunque altra inclinazione ideologica che potrebbe farle imputare profondi bias in tal senso), le nuove dinamiche del conflitto di classe non giocano a favore né dei lavoratori. «Le vecchie industrie culturali» scrive Wark «avevano capito come trasformare il nostro tempo libero in merce. I sindacati avevano lottato duramente per garantire ai lavoratori il diritto al tempo libero. Il capitale è stato costretto a scendere a compromessi, poi ha escogitato modi per estrarre valore dal tempo libero, parimenti al tempo di lavoro. Per farlo, le vecchie industrie culturali dovevano almeno preoccuparsi di realizzare prodotti in grado di attirare la nostra attenzione. Nell’era post-broadcast [che stiamo vivendo NdR], le industrie culturali sono sostituite dall’industria degli avvoltoi. Questa non si preoccupa di fornire intrattenimento. È sufficiente che noi ci si intrattenga a vicenda, mentre loro riscuotono i proventi  – e li riscuotono grazie al tempo che trascorriamo utilizzando i social media, che sia tempo pubblico o tempo privato, tempo di lavoro o tempo libero – compreso (se tieni accesa l’applicazione FitBit) il tempo dedicato al sonno. Il che dà nuovi significati allo storico slogan inventato dai surrealisti belgi: “Ricorda, stai dormendo per il tuo capo!»3

   Nel dominio dell’informazione, Wark battezza la classe dominante vectorialist class. L’hacker class sono invece coloro che producono nuova informazione, i lavoratori. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! Soprattutto, verrebbe da suggerire, unitevi al mondo, laddove con mondo s’intende il pianeta e tutti i lavoratori che lo abitano, hackers e non. Che in pieno Antropocene gli ecosistemi del pianeta non godano esattamente di buona salute è cosa ben nota. Non sufficientemente indagato, al di là dei parallelismi concettuali tra la “vecchia” estrazione delle materie prime dalla Terra ed estrazione di dati – e quindi valore – dalle nostre azioni online e irl, è il costo specifico della stessa estrazione di materie prime in relazione alle nuove attività della vectorialist class – per proseguire con il lessico di McKenzie Wark. Per fare un tavolo ci vuole il legno e per fare uno smartphone ci vuole il cobalto. Ed è piuttosto comune che il cobalto venga estratto da lavoratori quindicenni congolesi, che guadagnando mezzo dollaro al giorno rivendono la materia estratta ai rappresentanti delle buying houses cinesi attive sul territorio.

 

1. A Year After Cambridge Analytica, What Have We Learned? (2019), podcast Make Me Smart #104, Shoshana Zuboff. https://www.youtube.com/watch?v=Mb0phkV6El0&t=778s 
2. S. Zuboff, Il Capitalismo della Sorveglianza (2019).
3. Trad. M. Wark, Capital Is Dead. Is It Something Worse? (2019).

SWIMMING IN THE VALLEY
SERIE DI DISEGNI E TESTI
STEFANO SERRETTA, 2020

Nella sinossi di Relapse (DO Not Go Gentle In That Good Night) (2019, installazione site specific presso Almanac Inn, Torino), Stefano Serretta scriveva di aver progettato e disegnato il suo lavoro nel bel mezzo di una political shit storm. In quello che forse è il destino di ogni autore (che sia artista, giornalista, scrittore, musicista, poco importa) sensibile alle dinamiche economiche e geopolitiche che danno forma la contemporaneità, si può dire che tutte le ricerche di Stefano Serretta scaturiscano nel bel mezzo di una political shit storm; la postura che innesca la sua pratica,  non è mai quella di chi vuole analizzare queste tempeste per fare ordine, ma piuttosto trarne narrazioni. Narrazioni che, come spiega lo stesso Serretta, sono gonfie delle ansie, insicurezze, pressioni sociali, aspettative di crescita disattese che hanno completamente ribaltato il discorso politico contemporaneo.
    I suoi lavori testimoniano le metastasi della cultura capitalista contemporanea facendo ricorso a diverse modalità di formalizzazione, talvolta strizzando l’occhio – come in questo caso – ai registri estetici del fumetto, del mondo delle fanzine DIY e dell’illustrazione à la Pettibon.
Tenendosi a debita distanza da qualsivoglia dicotomia del pensiero tra spazio online e irl, la sua ricerca propone una fenomenologia del digitale e in particolare del modo in cui Internet fagocita le psicosi del capitalismo contemporaneo, innescando processi metabolici le cui scorie assumono spesso configurazioni mostruose. Pensiamo all’alt-right statunitense, con i suoi picchi in episodi come quello di Christchurch.
    Nella serie di disegni e testi pensati per PANDO, Stefano Serretta assume come playground teorico autori come David Harvey o l’anarchico William Powell, ma soprattutto Shoshana Zuboff, autrice di Il Capitalismo della Sorveglianza, nel quale Zuboff teorizza l’omonimo specifico regime di accumulazione capitalista fondato sull’estrazione dei dati, a scapito dell’autonomia indivisuale e della stessa democrazia. In un fondamentale passaggio del libro viene delineata l’evoluzione di Google Street View, risorsa nodale per «l’espansione dell’esproprio digitale» che supera i confini del mondo virtuale arrivando al mondo «che noi chiamiamo reale».

L’impresa di definitiva del globo terracqueo condotta da Google ha un obiettivo preciso, ovvero andare oltre la pubblicità customizzata online ed influenzare i comportamenti direttamente nel mondo reale, nel momento stesso in cui questi avvengono. «Per caso o intenzionalmente» scrive Zuboff «Google ha scoperto la fonte del potere di chiunque tracci le mappe. John B. Harley, grande storico della cartografia, l’ha detto in poche parole: “Sono le mappe che creano gli imperi” […] Bisogna conoscere le persone e i posti per controllarli». La cartografia, la mappa e la mappatura sono nozioni densamente indagate nella pratica di molti artisti contemporanei; il lavoro di Stefano Serretta (che non a caso inserisce tra le reference del lavoro una figura come Marc Lombardi e le sue mappe che dipanano strutture di potere corrotte) si inserisce in questa linea d’indagine, focalizzandosi su alcune declinazioni specifiche, afferenti agli specifici spunti di riflessione offerti dallo studio del capitalismo della sorveglianza. I quattro colori che ricorrono nella serie di disegni non sono scelti casualmente o seguendo una logica eminentemente estetica, ma fanno riferimento alle quattro tecniche implementate per l’estrazione dei dati: data-farming, harvesting, mining, extraction.
    Il primo disegno della serie Swimming in the Valley va inteso come un prologo, dal momento in cui rimanda ad un aneddoto inquadrabile in una delle prime fasi di quel che potremmo definire il ciclo dell’esproprio (riprendendo Zuboff) di Google Street View. Nel 2009, nella cittadina inglese di Broughton, i residenti bloccano in maniera perentoria un collaboratore di Google e l’auto sulla quale trasportava il sistema di Street View: «non ho alcun problema se Google vuole promuovere la cittadina» dichiara alla BBC Paul Jacobs, uno degli abitanti «ma ho un problema con l’invasione della privacy, quando qualcuno scatta fotografie all’interno delle case».

KARMA FAILS
THE COOL COUPLE, 2016-ONGOING

Karma Fails è il primo capitolo di Turbulent Times. Nothing Happens in Nice Weather, una ricerca che si interroga sullo stato dell’umanità nell’Antropocene. Con il consolidamento dei “poteri dolci” in seguito al collasso del contratto sociale, tutti i problemi sono diventati una sfida personale per una vita migliore. Nel frattempo, il conflitto globale del potere si sottrae sempre più al nostro sguardo e il pianeta è alla soglia di una crisi globale la cui portata è difficile da prevedere.
    L’ideologia individualista del benessere trova una perfetta rispondenza nell’esplosione di successo della meditazione. Spogliata dei suoi valori originali e dotata di un nuovo set ideologico, questa pratica millenaria è diventata uno strumento biopolitico malleabile e capillare, che bypassa i cortocircuiti della mente per incrementare la performance della forza lavoro: soldati, giocatori dell’NBA, atleti olimpionici, impiegati, manager, e qualunque persona affascinata dall’idea del mood hacking, praticano meditazione per curare lo stress post-traumatico, per aumentare la concentrazione o il rendimento, per migliorare le condizioni sul posto di lavoro o in cerca di una forma di cura omeopatica. Il risultato è un cosiddetto “Big Business”, che tiene una percentuale sempre crescente di individui occupati, mentre il mondo brucia.
    Di fronte a questo fenomeno, abbiamo deciso di appropriarci della meditazione e sfruttarne la malleabilità per elaborare un generatore di pensiero critico. Attraverso un finto studio di meditazione, Meditation Is Visualization, elaboriamo strategie partecipative con cui decostruire gli stereotipi dominanti del tardo capitalismo.

INTRODUZIONE

Questa esperienza meditativa può essere ripetuta liberamente, senza limiti, per rinforzare la tua disposizione alla positività. Le registrazioni fanno uso di suggerimenti vocali, accompagnati da suoni di sottofondo e musiche meditative, per stimolare un migliore stato di rilassamento, cambiamento interiore, per rimuovere blocchi mentali negativi e per stimolare terapie di guarigione autogestite; vengono impiegate tecniche dai campi dell’ipnoterapia, della psicoterapia moderna, della trance, del rilassamento guidato, della psicologia comportamentale e della meditazione. Consigliamo di ripetere l’ascolto di ogni traccia più di una volta e con una certa regolarità, per aumentare l’accumulo di energie positive e incrementare i tuoi successi personali
    Il potenziale per un cambiamento positivo risiede nella tua mente. Se decidi di accettare i suggerimenti presenti in questa sessione, puoi rilassarti, sapendo che sei al sicuro in un ambiente controllato, dove potrai godere pienamente di questa esperienza.
    Le registrazioni non sostituiscono in alcun modo farmaci e prescrizioni mediche; né sono concepite per contraddire o negare alcuna diagnosi medica. Per favore, consulta il tuo medico per ogni eventualità.
    
Non ascoltare queste registrazioni durante la guida o mentre manovri macchinari industriali. Dedicati a questa sessione solo quando ti trovi in una condizione di sicurezza e comfort. Per maggiori informazioni e altre meditazioni guidate, visita www.meditationisvisualization.com

 TCC 1 [Intro]


 TCC 2 [Accelerazionismo]