Una fitness influencer sorride, socchiudendo gli occhi nocciola enfatizzati da un filtro che le modifica il volto, rendendo le sue ciglia lunghissime e il ponte nasale piatto come quello di un neonato. Ha prodotto almeno sei storie parlando della piaga della ritenzione idrica e di come sia riuscita a “sfiammare” le sue gambe – non capisco più se si stia ancora parlando di ristagno di liquidi o di un incendio – smettendo di correre e bilanciando l’altrimenti compromesso dispendio calorico complessivo aumentando il neat. Neat è l’acronimo di non-exercise activity thermogenesis, ovvero qualsivoglia attività fisica non assimilabile all’esercizio fisico intenzionale. Fare le pulizie, gesticolare, camminare e via dicendo. In particolare, la nostra divulgatrice di meraviglie, insiste sull’importanza di monitorare il numero di passi effettuati nel corso della giornata, al fine di assicurare l’ottimizzazione di questo processo metabolico senza dover ricorrere alla ben più traumatica corsa o ad ancor più minacciosi esercizi cardiovascolari ad alta intensità. Senza soffermarci sul grado di accuratezza – decisamente soggettivo – di questa spiegazione e soprattutto senza soffermarci sulla dramma costituito dall’esistenza della ritenzione idrica – un parametro ancor più soggettivo – verrebbe da chiedersi: quanti dati sulla nostra vita personale regaliamo a qualche tech-company (verosimilmente Google) per poter monitorare con accurata precisione quanti passi ci separano dal nostro obiettivo estetico?
Quello del conteggio dei passi giornalieri – ancor più se lo si immagina veicolato da una immaginaria ma verosimile fitness influencer – è un espediente retorico piuttosto scontato -e forse sottilmente misogino – per introdurre il problema dell’estrazione, accumulazione e commercializzazione dati da parte delle Big Tech.
Avremmo potuto menzionare, ad esempio, il recentissimo annuncio di Facebook Reality Labs del nuovissimo desktop virtuale multi-finestra Infinite Office VR workplace ed altre applicazioni del dispositivo Oculus Quest 2. L’acquisizione di Oculus da parte di Facebook è un chiaro indice di quanto la mega-mega-corporate sia intenzionata a sfruttare il senso di presenza corporea in assenza di corpi che la realtà virtuale è in grado di innescare per conquistare nuove frontiere, ben oltre la sfera dell’entertainment (ad ora, Oculus è particolarmente popolare tra i gamers), sviluppando strumenti per il lavoro, l’apprendimento, la socialità e così via. Una direzione prevedibile, dopo il primo episodio di lockdown su scala pressochè globale. Ma, considerati i precedenti, sembra altrettanto prevedibile e lecito immaginare che i dispositivi per la realtà virtuale costituiscano principalmente un potenziale El Dorado per le pratiche di estrazione di dati. “Nello spazio di un respiro” recita la traccia Accelerazionismo, in Karma Fails «dati sensibili vengono trafugati».
In Capitalismo della Sorveglianza (tra le fondamenta teoriche della ricerca condotta da Stefano Serretta), Shoshana Zuboff ci racconta la parabola dell’esponenziale crescita economica che ha caratterizzato la parabola di aziende come Google dal momento in cui, agli inizi degli anni 2000, sperimentano modi di raccogliere e capitalizzare quello che Zuboff chiama surplus comportamentale, ovvero tutti i dati e le tracce che lasciamo nel web tramite smartphone, i tablet e i computer. Non che questo non avvenga anche irl (in-real–flife), dal momento in cui le tecnologie di raccolta dei dati attualmente disponibili non sono più limitate alle azioni che effettuiamo coscientemente nello spazio online, ma vengono implementati anche negli spazi fisici tramite innumerevoli dispositivi di controllo. Dati che vengono estratti, analizzati, tradotti in previsioni sui nostri comportamenti e rivenduti ai più svariati acquirenti. Scandali come Cambridge Analytica hanno portato a galla il modo in cui questi dati possono essere utilizzati come arma illegittima, ma quel che raggela, ancor più dell’information warfare, sono le logiche di normalizzazione di tutto questo,
Nel corso di un’intervista1, Zuboff afferma che, fermo restando che siamo tutti in debito con Christopher Wylie per aver portato alla luce gli abusi del caso Cambridge Analytica, «questi metodi sono poco più di un mhh-passami-il-sale-per-favore nella quotidianità di ogni capitalista della sorveglianza che si rispetti». E cioè, bazzecole. Zuboff ha teorizzato le dinamiche del ciclo dell’esproprio, un processo in quattro fasi (incursione, assuefazione, adattamenti, re-indirizzamento) che permette alle tech companies di abbassare di volta in volta l’asticella della legalità e della legittimazione sociale nei confronti delle loro operazioni. Questo ha richiesto, negli anni, «una complessa convergenza di operazioni politiche, sociali, amministrative e tecniche, che potessero contare su uno scaltro management e protrarsi per un lasso di tempo prolungato»2.
Nel 2017, Google investe 17 milioni di dollari in attività di lobbismo, ma non è loro esclusivo appannaggio. Tutte le Big Tech hanno una postura estremamente aggressiva in tal senso, al fine di respingere o indebolire i regolamenti sull’utilizzo dei dati – in particolar modo riguardo i confini relativi ai dati biometrici. Le inchieste giornalistiche, le class actions, i problemi legali e le multe da pagare assediano ricorsivamente i grandi attori della Sylicon Valley, che, tuttavia, procedono imperterriti nel perseguire le strategie di assimilazione dei loro prodotti nel mercato globale, fino a che questi diventano indispensabili. Effettivamente, chi avrebbe mai voglia di contare autonomamente i propri passi quotidiani?
Nel suo libro Capital Is Dead. Is it Something Worse?, la scrittrice e studiosa di new media theory McKenzie Wark, avanza una tesi radicale quanto provocatoria: dovremmo pensare ai capitalisti come classe dominante in declino, se non già abbondantemente superata. Chi ha scalzato i capitalisti dal podio della stratificazione sociale? La tesi si Wark è che proprietà dell’informazione – ovvero dei dati – siano al centro dei nuovi mercati e che, di riflesso, i soggetti che possiedono e controllano l’informazione siano da considerare classe dominante emergente. Le prospettive di Zuboff e Wark sembrerebbero perfettamente sovrapponibili, ma Wark potrebbe dirci che non si può parlare di capitalismo della sorveglianza perchè il capitalismo stesso è stato superato, in termini di capacità di sussunzione, da un sistema inedito e spaventosamente pervasivo.
A dispetto delle retoriche tecno-entusiaste (e McKenzie Wark non è esattamente una primitivista luddista o assimilabile a qualunque altra inclinazione ideologica che potrebbe farle imputare profondi bias in tal senso), le nuove dinamiche del conflitto di classe non giocano a favore né dei lavoratori. «Le vecchie industrie culturali» scrive Wark «avevano capito come trasformare il nostro tempo libero in merce. I sindacati avevano lottato duramente per garantire ai lavoratori il diritto al tempo libero. Il capitale è stato costretto a scendere a compromessi, poi ha escogitato modi per estrarre valore dal tempo libero, parimenti al tempo di lavoro. Per farlo, le vecchie industrie culturali dovevano almeno preoccuparsi di realizzare prodotti in grado di attirare la nostra attenzione. Nell’era post-broadcast [che stiamo vivendo NdR], le industrie culturali sono sostituite dall’industria degli avvoltoi. Questa non si preoccupa di fornire intrattenimento. È sufficiente che noi ci si intrattenga a vicenda, mentre loro riscuotono i proventi – e li riscuotono grazie al tempo che trascorriamo utilizzando i social media, che sia tempo pubblico o tempo privato, tempo di lavoro o tempo libero – compreso (se tieni accesa l’applicazione FitBit) il tempo dedicato al sonno. Il che dà nuovi significati allo storico slogan inventato dai surrealisti belgi: “Ricorda, stai dormendo per il tuo capo!»3
Nel dominio dell’informazione, Wark battezza la classe dominante vectorialist class. L’hacker class sono invece coloro che producono nuova informazione, i lavoratori. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! Soprattutto, verrebbe da suggerire, unitevi al mondo, laddove con mondo s’intende il pianeta e tutti i lavoratori che lo abitano, hackers e non. Che in pieno Antropocene gli ecosistemi del pianeta non godano esattamente di buona salute è cosa ben nota. Non sufficientemente indagato, al di là dei parallelismi concettuali tra la “vecchia” estrazione delle materie prime dalla Terra ed estrazione di dati – e quindi valore – dalle nostre azioni online e irl, è il costo specifico della stessa estrazione di materie prime in relazione alle nuove attività della vectorialist class – per proseguire con il lessico di McKenzie Wark. Per fare un tavolo ci vuole il legno e per fare uno smartphone ci vuole il cobalto. Ed è piuttosto comune che il cobalto venga estratto da lavoratori quindicenni congolesi, che guadagnando mezzo dollaro al giorno rivendono la materia estratta ai rappresentanti delle buying houses cinesi attive sul territorio.
1. A Year After Cambridge Analytica, What Have We Learned? (2019), podcast Make Me Smart #104, Shoshana Zuboff. https://www.youtube.com/watch?v=Mb0phkV6El0&t=778s
2. S. Zuboff, Il Capitalismo della Sorveglianza (2019).
3. Trad. M. Wark, Capital Is Dead. Is It Something Worse? (2019).

