MARINA CAVADINI

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TI CAMBIA

2 NOVEMBRE 2020

Le bocche dei ricci di mare sono dotate di caratteristiche ancor più peculiari della loro nota armatura di spine, al punto che la dentatura di un riccio di mare è in grado di masticare la roccia e sembrerebbe non essere soggetta all’usura. Quel che permette all’animale di mantenerla sostanzialmente affilata è un meccanismo di ricambio continuo, recentemente analizzato da un gruppo di ricercatori dell’Università del Wisconsin. Lunghi circa due centimetri, se sottoposti ad un esame ai raggi-x, i denti del riccio di mare rivelano una struttura connotata dalla combinazione di due tipi di cristalli di calcite, intervallati da porzioni di materiale organico leggermente molle, cedevole. Gli scienziati sostengono che queste porzioni costituiscano punti deboli strutturali, che, lungi dall’essere un problema – una sorta di falla evolutiva, si rivelano indispensabili, dal momento in cui permettono ad alcune parti del materiale di sfaldarsi – come succederebbe ad un foglio di carta perforato da un corpo sottile. È sempre attraverso questi punti molli che crescono i nuovi denti, rimpiazzando continuamente le parti danneggiate.

Pupa Gilbert, biofisica dell’Università del Wisconsin e co-autrice dello studio, afferma che l’osservazione della struttura dei ricci di mare, evolutasi per oltre 200 milioni di anni  fino a raggiungere la perfezione, potrebbe ispirare la creazione di nuove tipologie di nanocementi super robusti e resistenti alle fratture o altri tipi di materiali autoriparanti: «i biominerali naturali sono straordinari, potrebbero insegnarci davvero tanto».

Quando l’essere umano – o organizzazioni di esseri umani – desidera, intenzionalmente, che la natura ci insegni qualcosa e si dedica allo studio e all’analisi di sistemi biologici e biomeccanici della natura al fine di sviluppare nuove soluzioni, strumenti e tecnologie ispirate ad esse, di parla di biomimesi. L’etimologia della parola è praticamente ovvia. Dal greco antico:  βίος (bios), vita, e μίμησις (mīmēsis), imitazione. La biomimesi (biomimicry) è una disciplina di recente sviluppo

Il riccio di mare non è certo l’unica fonte di ispirazione in tal senso: esiste tutta una varietà di materiali autoriparanti la cui progettazione deve molto a peculiari sistemi biologici nei quali i segnali chimici innescano processi di guarigione autonomica, che sono domini che non rispondono alle logiche della razionalità umana. Va detto che menzionare la razionalità umana significa utilizzare un’espressione inesatta in quanto sommariamente dualistica, perché questi casi non escludono il nostro corpo: la stessa pelle umana è stata analizzata per produrre  polimeri e materiali compositi in grado di autorigenerare le proprie fratture.

Lo spettro delle possibili tecnologie ispirate a sistemi biologici è estremamente vasto: la natura ha risolto una gran quantità di problemi ingegneristici squisitamente umani come la capacità dei materiali di tollerare e resistere all’esposizione ambientale, l’idrofobicità, l’autoassemblaggio o la conversione dei raggi solari a fini energetici.

In una prospettiva storica, potremmo menzionare lo studio degli uccelli come pratica da sempre propedeutica alla possibilità del volo umano – dalle celeberrime macchine di Leonardo sino ai fratelli Wright, che molto hanno imparato guardando volare i più comuni tra gli uccelli che sorvolano le città europee, i piccioni.

Il concetto di biomimetica viene teorizzato negli anni ’50 dal biofisico statunitense Otto Schmitt, che lo descrive come un punto di vista, un metodo, un approccio fondato su un rapporto di scambio mutuale tra lo sguardo del biologo e quello dell’ingegnere.

Nel 1997, il libro Biomimicry: Innovation Inspired by Nature scritto dalla scienziata Janine Benyus regala grande popolarità alla nozione di biomimesi, descrivendo la natura come modello, misura e mentore ed enfatizzando la dimensione sostenibile di queste pratiche. Nel 2006 Benyus è co-fondatrice del Biomimicry Institute, un’organizzazione no-profit dedicata alla promozione dell’importanza della biologia in ambiti come l’ingegneria e il design – più in generale, nell’orientare le pratiche di progettazione secondo la conoscenza della biologia. Nella home page del sito, accanto al viso sorridente di Benyus, troviamo le parole «Adesso siamo consapevoli e la questione che ora dovremmo porci è come rimanere consapevoli rispetto al mondo del vivente. Come possiamo far sì che rivolgerci alla natura per chiederle consiglio diventi parte delle nostre quotidiane pratiche d’innovazione?» Per Benyus, innescare un processo, una logica, una forma mentis biomimetica significa abbracciare una sfida in termini di progettazione e trovare un ecosistema che sia già stato in grado di risolvere quella stessa sfida. Quell’ecosistema va quindi osservato, studiato e – letteralmente – emulato. Prosegue spiegandoci che tutto questo può essere fatto in tre modi: copiando la forma, copiando i processi (come nel caso dei sistemi fondati sulla capacità di fotosintesi delle foglie) o, infine, portando questo impegno mimetico a livello ecosistemico – ad esempio, una città ispirata alla natura.

Sembrerebbe che la biomimesi possa considerarsi appannaggio esclusivo di ingegneri o scienziati, o quantomeno di chi possa vantare un solido background nell’ambito delle hard sciences. Eppure progettare, che in definitiva significa elaborare un programma, un piano, una strategia, per dar forma alle cose, è un termine che può essere interpretato in senso estremamente ampio e, parimenti, riflessioni e pratiche debitrici della nozione di biomimesi possono essere implementati in ambiti apparentemente distanti da quello dell’ingegneria. Quella della biomimesi è, ad esempio, una delle nozioni centrali di Emergent Strategies di adrienne maree brown, libro in cui l’attivista afro-americana di base a Detroit ci presenta e dipana in maniera fluida e non sempre lineare l’omonima nozione, concettualizzata come “il modo in cui sistemi e pattern complessi emergono da una molteplicità di interazioni relativamente semplici”.  Ovvero – ed è esattamente di questo che tratta – con una tendenza maieutica che non taglia mai fuori il piacere – come possiamo utilizzare le nostre relazioni con gli altri (e con noi stessi) per cambiare il mondo, valorizzando interdipendenza e dinamiche di decentralizzazione.

«Mi piace la parola biomimesi» scrive adrienne maree brown «e amo pensare, sapere, che  esistono pratiche di imitazione del mondo naturale sin da quando esistono gli esseri umani. Si tratta di una pratica antica, più che una scoperta».

 

Effettivamente non posso dire di aver percepito il concetto di biomimesi come qualcosa di totalmente nuovo – come se avessi già in mente questa dinamica e d’un tratto fossi venuta a conoscenza del fatto che qualcuno ha elaborato teorie su di essa, nonché un nome specifico. Non credo mi fosse mai capitato di concentrare la mia attenzione sulla storia dell’elaborazione del concetto di biomimesi fino ad una conversazione telefonica intercorsa con Marina, durante la quale abbiamo provato ad raccogliere possibili riferimenti teorici che potessero accompagnare la presentazione del secondo video della serie Deep Moisture, nel quale si osserva un riccio di mare muoversi su una superficie sdrucciolevole e moisturized al punto da ingannare la vista e sembrare flessibile, gelatinosa, quasi fosse pelle di un organismo fatto d’acqua, giustapposta, come nel caso del primo video, ad una traccia audio in grado di scatenare effetti sinestetici contrastanti. Il secondo episodio di Deep Moisture accende un campanello d’allarme esponendo una problematica che forse non risulta percepibile a tutti. La componente terapeutica del video, innescata per mezzo di strategie che cercano di gratificare lo spettatore sul piano sensoriale che a componente terapeutica del video, è paradossalmente ottenuta grazie ad una situazione di crisi. Sia il soggetto del lavoro sia il contesto attraversano istanti di crisi. Il riccio di mare scivola e si contorce nei pochi istanti trascorsi fuori dall’acqua – e, come fa notare Marina, lei stessa, che vive ben distante dal mare, ha avuto la possibilità di filmarlo perché l’animale era stato precedentemente sottratto al suo habitat per finire in un negozio di acquari ed essere venduto. Le stesse condizioni che hanno permesso il video generano una frattura, un cortocircuito tra piacere estetico e necessità di momenti di riflessione/azione sul sistema che le determina. «Conosci Emergent Strategies?» mi ha chiesto Marina.

 

Senza perdersi in acrobatiche ri-letture iconoclaste, adrienne maree brown interroga le modalità di attivismo e leadership reiterate nei movimenti grass-root dagli anni ’60 ad oggi, modalità lineari e individualistiche, che prevedono la guida di personaggi carismatici o, più di recente, l’implementazione prioritaria di forti capacità di budget building. Secondo l’autrice, pur intendendo riformare o rivoluzionare la società, favorire acriticamente queste modalità d’azione politica ci porta a ricalcare le stesse tendenze oppressive che pretendiamo di combattere.

adrienne maree brown scherza – ma neanche troppo, penso – sul fatto che la scrittrice di fantascienza afro-americana Octavia Butler dovrebbe causare in noi quel che definisce Beyoncé-effect: sostanzialmente, emozionarci ed eccitarci – come fangirls. Tutto quello che tocchi, cambi. Tutto quello che cambi, cambia te: sono parole di Octavia Butler che adrienne maree brown fa pronunciare come mantra nei suoi workshop o al pubblico presente ai suoi talk. Se tutto quello che tocchi può modificarti, allora ogni situazione, ogni ambiente, ha il potere su di te – e viceversa. E chiunque incontri sulla tua strada, può potenzialmente rivelarsi un tuo maestro, almeno in maniera contingente. adrienne maree brown lo scrive chiaramente, citando le parole del poeta Sufi Hafiz: «Come ascolto gli altri? Ascolto gli altri come ascolterei il mio maestro pronunciare le sue ultime affezionate parole». Nonostante sia possibile e – politicamente – auspicabile mettersi nelle condizioni di imparare da chiunque si incontri, adrienne maree brown non manca di presentarci una rosa di persone speciali, un pantheon di maestri dal ruolo seminale. Octavia Butler apre le fila di questo gruppo, nel quale adrienne maree brown inserisce anche Margaret Wheatley.
Scrittrice e managment consultant specializzata nello studio del comportamento organizzativo, nel 1992 pubblica Leadership and the New Science, testo fondamentale basato sulla sua esperienza con numerose organizzazioni e leader, alla ricerca di pattern di comprovata efficacia individuati attraverso un bagaglio di conoscenze e modelli forniti da fisica quantistica, biologia e teoria del caos. Da Margaret Wheatley, adrienne maree brown ha imparato che tutto riguarda le relazioni, le connessioni critiche. Quella di connessione critica è una nozione centrale in Emergent Strategies, nozione che dovremmo imparare ad anteporre, dal punto di vista valoriale e strategico, a quella di massa critica – così consolidata nelle prassi e nel pensiero dell’attivismo politico da sembrare non questionabile. Eppure, riprendendo Benyus, adrienne maree brown scrive di quanto potrebbe essere fertile studiare la ricerca di quegli scienziati che sostengono la natura fondamentalmente mutuale e non individuale della selezione naturale – così le specie sopravvivono solo se imparano a vivere ed agire su base comunitaria.

 

Così, la domanda che adrienne maree brown si pone continuamente, è: come possiamo trasformare la nostra imponente intelligenza collettiva per mezzo di prassi fondate sulla collaborazione, se questa è la chiave per la nostra sopravvivenza?

«Ed eccoti qui, nel ciclo tra il passato e il futuro, mentre scegli di trascorrere il tuo tempo miracoloso, esplorando come gli esseri umani, in particolar modo quelli che cercano di coltivare libertà e giustizia, osservino il mondo che ci circonda per imparare come collaborare al meglio, come cambiare forma. Mentre rielaboro e scrivo questo libro, c’è una scia di formiche che si muovono lungo il soffitto della mia stanza, e i suoni di una piccola città nella giungla entrano ed escono dalle finestre aperte e schermate».

DEEP MOISTURE
MARINA CAVADINI, 2020

Serie di video
Sound design realizzato in collaborazione con Marco Galeotti
Riprese realizzate in occasione della residenza Nida Art Colony, Nida, Lituania;
suoni registrati presso LePark, Milano

Lo statement di Marina Cavadini si apre con la frase “I want to lick you. I want to peel you” a preannunciare in maniera esplicita la spina dorsale della sua ricerca, focalizzata sull’elaborazione di diverse pratiche, modalità, protocolli sperimentali grazie ai quali l’esperienza sensibile può essere stimolata. La cifra estetica del suo lavoro indulge sui dettagli, ne amplifica l’intensità, frammentando un intero (un corpo, un ambiente, una sensazione) in frazioni che, sviluppate sino a slacciarsi dal contesto originario, assumono una sorta di autonomia visiva, anatomica, sensibile a tratti perturbante.  “Small offerings and the possibility of noticing or not noticing. You might or might not see”.  I lavori di Marina Cavadini  rispondo sempre ad un sito specifico, ad un contesto, ad una situazione, sistemi reattivi che agiscono sopra e sotto la soglia del visibile, dell’udibile, del traducibile. Spesso animano la parte notturna delle cose, il retro, l’interno, ciò che rimane in penombra, quel che non è frontale, quel che sta nel retro del palcoscenico: Marina Cavadini ha installato palline di zucchero argentee dietro le orecchie delle performer, sotto le loro ascelle, ha fatto accarezzare il retro delle foglie di felce da mani guantate di lattice.
I props delle sue performance sono fantasy accessories, capaci di catalizzare l’attenzione sulla linea di demarcazione tra interno ed esterno, tra fronte e retro, sotto e sopra, nascondimento e disvelamento. La biologia è il l’ambito d’indagine prioritario e i lavori, che spesso costituiscono esercizi di trasgressione di categorie normative ed ordini gerarchici, incorporano processi di decadenza e marcescenza, processi riproduttivi, mimetismo e simbiosi. Il pensiero ecologico che innerva il lavoro di Marina Cavadini non ammette alcuna equazione tra purezza e ambiente, nessuna retorica green: un’energia naturale spuria che non desidera essere dominata.

In Deep Moisture, serie di video creata per Pando, Marina Cavadini propone un breve percorso di esperienze di contatto sensoriale e sinestetico con l’ambiente, veicolato tramite sperimentazioni ispirate alle tecniche volte a stimolare autonomous sensory meridian responses, risposte sensoriali apicali autonome. Meglio note con la sigla ASMR, resa piuttosto popolare grazie agli innumerevoli canali YouTube dedicati a questo tipo di esperienze, si tratta di sensazioni di formicolio in varie parti del corpo che accompagnano un generale stato di rilassamento mentale.  Si tratta di un fenomeno ancora scientificamente non validato, anche se figure come Tom Stafford, docente di psicologia e scienze cognitive all’Università di Sheffield, dichiarano che potrebbe trattarsi di un fatto reale, intrinsicamente difficile da indagare. Come la sinestesia, considerata un mito fino agli anni novanta, anche l’ASMR potrebbe un giorno venire riconosciuto come fenomeno esistente grazie alla scoperta di un metodo adeguato per misurarla.
Ad ogni modo, pare che per suscitare questo tipo di sensazione, si possa ricorrere a numerosi stimoli: cerebrali, visivi, tattili e nondimeno uditivi. È proprio la dimensione aurale ad essere al centro di Deep Moisture che Marina Cavadini ha realizzato avvalendosi della collaborazione del sound designer Marco Galeotti. Giustapposta a riprese di dettagli di diversi ambienti modificate digitalmente, Marina Cavadini e Marci Galeotti hanno prodotto una traccia sonora composta da effetti (campionati e rielaborati digitalmente) volti a creare contrasto con le sensazioni suggerite dal video. In questo secondo episodio, la componente terapeutica del video si relaziona ad una problematica ecologica (lo sfruttamento di organismi viventi a fini commerciali) che l’artista si è trovata a documentare.