NATÁLIA TREJBALOVA

Un Guscio

9 SETTEMBRE 2020

La ricerca di Natália Trejbalova culminata nel video sci-fi The Unusual Adventure of Riding in Silence, pubblicato su PANDO nel corso dell’uscita Le Bestie da Preda può essere ulteriormente esplorata e compresa grazie a due testi dedicati al rapporto – culturale e simbolico – tra automobili e animalità: The Mimetics of Mobile Capital, tratto da Against Automobility di Nicole Shukin e Thermodynamics of Necrocracy – SUVs , entropy, and contingency management, di Lukáš Likavčan. Oggi vi proponiamo la traduzione italiana di questo saggio, originariamente pubblicato su Obieg no. 5: Aesthetic of Contingengy.

Lukáš Likavčan (1991, Slovacchia), che ringraziamo per aver autorizzato traduzione e pubblicazione del testo, è un ricercatore e teorico, i cui studi si concentrano nel campo della filosofia della tecnologia e dell’ecologia politica.
Ha studiato filosofia all’Università Masaryk (Brno), dove sta attualmente concludendo un PhD in environmental humanities e sociologia presso l’Università Boğaziçi (Istanbul). Ha lavorato come ricercatore presso Wirtschaftsuniversität Wien (Vienna), The Hong Kong Polytechnic University (Hong Kong) e BAK, basis voor actual kunst (Utrecht).

Likavčan è docente presso il Center for Audiovisual Studies FAMU (Praga), membro di facoltà presso l’Istituto Strelka per i media, l’architettura e il design (Mosca) e membro di Display – Association for Research and Collective Practice (Praga).

È co-editore dell’antologia ceca di realismo filosofico contemporaneo Mys lv terénu. Filosofický realismus ve 21. století (Display / VVP AVU, 2018) e autore di Introduction to Comparative Planetology (Strelka Press, 2019).

TERMODINAMICA DELLA NECROCRAZIA
SUV, ENTROPIA E GESTIONE DELLE CONTINGENZE

di Lukáš Likavčan

«Chiunque creda di poter progettare un sistema per la salvezza ecologica della specie umana, dimostra di non comprendere a fondo la natura dell’evoluzione – e neppure la natura della storia – che è quella di una lotta permanente in forme sempre nuove, non un processo fisico-chimico prevedibile e controllabile, come far bollire un uovo o lanciare un razzo sulla Luna.»1

 

Nicolas Georgescu-Roegen

 

 

 

Sulla soglia dell’Antropocene – l’epoca delineatasi per l’impatto planetario che la specie umana esercita sulla geologia della Terra – sembra che nessuna crisi sia abbastanza profonda da spingerci a liberarci del regime dominante. Un regime fondato su estrazione, produzione, distribuzione e consumo, responsabile dell’immensa crisi ecologica che caratterizza il nostro tempo. Assistiamo, viceversa, al quotidiano reiterarsi di una vecchia menzogna per la quale gli esseri umani dominerebbero natura, menzogna reintrodotta per ostacolare un’analisi critica del sistema socio-economico tardo-capitalista.  Tuttavia, mentre questo abbondante ammasso di materia organica e inorganica imballata in forma di sfera si surriscalda e destabilizza per via delle emissioni antropiche di anidride carbonica e altri gas ad effetto serra, diventa ogni giorno più chiaro che l’ambiente, in futuro, sarà straordinariamente ostile a qualsiasi forma organizzata di società ed economia umana.

Il capitalismo, quindi, si affanna nel plasmare la nozione di resilienza, dandole una nuova fisionomia: nello sviluppare i suoi peculiari sistemi di difesa, il capitalismo genera una nuova logica culturale e politica atta a regolare la sicurezza individuale e collettiva. Contemporaneamente, individualizza le responsabilità, privatizzando tutto ciò che afferisce all’ambito della sicurezza. L’esempio più eclatante di questa prassi di “messa in sicurezza” della società è forse il moltiplicarsi, in tutto il mondo, delle cosiddette gated communities. Alla fine degli anni ’90, si trattava di un fenomeno eminentemente diffuso nelle principali aree metropolitane degli Stati Uniti2: oggi, le gated communities proliferano dal Brasile al Messico, fino all’Africa, India e Cina3.
Dal punto di vista geografico, questi insediamenti rievocano – e di conseguenza rafforzano – i nostri sistemi di divisione sociale, politica ed economica, formulando soluzioni a crisi e tensioni esistenti in un modo da garantisca lo status e i privilegi di coloro li abitano4. Emerge, lampante, la corrispondenza con le logiche che regolano la distribuzione di rischi e sicurezza, nell’assemblarsi planetario di umani e non umani.

In tal senso, potremmo considerare i bunker antiatomici privati come una versione estremizzata della gated community. La feticizzazione di simili sistemi di sicurezza è in parte assimilabile a quel fenomeno una volta noto, nel contesto statunitense, come G.A.P.S. –  Great American Potency Syndrome: «ovvero [il] bisogno di avere più di quanto è necessario, per ogni evenienza…»5. Non è detto, insomma, che nel corso della tua vita tu debba affrontare la fine del mondo – ma nel caso accada, meglio guardare gli altri morire, chiuso nel tuo sicuro rifugio di cemento, sepolto nel sottosuolo. In altre parole, siamo incoraggiati a ripararci con una serie di gusci protettivi, gusci ai quali attribuiamo il ruolo di filtro, in relazione alle probabilità di rimanere intrappolati e divorati nella giungla di disordini sociali, economici ed ecologici prossima ventura. Ma, spinta dalla particolare forma di resilienza generata dal tardo capitalismo, la necessità di metterci in sicurezza svela un secondo volto: soluzioni che non si sviluppano più su larga scala, in maniera statica, ma sono invece dinamiche e pervasive, fondate sulla mobilità e un design robusto.

La forma emblematica di questi involucri eso-somatici6 – che offrono una sempre maggiore mobilità e garantiscono al contempo la sicurezza personale – è quella degli Sports Utility Vehicle, o semplicemente SUV. Questo saggio utilizza il potenziale metaforico di questi veicoli per enfatizzare e dispiegare la natura della relazione che sussiste tra contingenza, entropia, potere e morte nell’era dell’articolazione storica determinata da capitalismo e cambiamenti climatici.

 

 


1.Dal SUV (Sports Utility Vehicle) al FUV (Fuck You Vehicle)

Già da molto tempo, la sociologia osserva come i SUV siano diventati una sorta versione automobilistica delle gated communities7. L’evoluzione di questo mezzo di trasporto parte dai veicoli militari, in particolare dalle jeep dell’esercito statunitense, le cui versioni prodotte per conformarsi agli standard civili godono di grande popolarità tra le famiglie della classe media, nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale8. Tuttavia, i precursori possono essere fatti risalire al periodo tra le due guerre, quando Chevrolet introduce la sua prima generazione di modelli di automobili Suburbane, sviluppate per la Guardia Nazionale degli Stati Uniti e per il Civilian Conservation Corps. Costruito sfruttando il telaio dei camion, questo versatile veicolo offriva già un certo grado di mobilità su strada, soddisfacendo la definizione tecnica di un SUV moderno. Nella storia della Land Rover – versione britannica delle Jeep statunitensi – si ritrovano lasciti delle origini militari dei SUV, tracce che vengono ulteriormente amplificate con l’introduzione dell’Hummer, “traduzione” civile del veicolo Humvee utilizzato dalle truppe statunitensi durante la Prima Guerra del Golfo. Tali rimandi alla sfera bellica hanno recentemente portato alcuni autori a  suggerire che questi modelli di autoveicoli possano essere considerati manifestazioni emblematiche dell’instaurarsi di un nuovo discorso sulla sicurezza – già latente nella coscienza delle classi medio-alte sin dal secondo dopoguerra ed esplicitamente riformulato dopo il 9/119. Nell’alveo dell’industria automobilistica, la questione della sicurezza personale ha trasceso la semplice prevenzione di incidenti, lesioni o decessi, arrivando a tendere verso l’idea di un guscio protettivo generale in grado di minimizzare la nostra dipendenza dall’ambiente socio-economico e dalle relazioni ecosistemiche10.

Questo slittamento nell’ordine del discorso risulta chiaramente visibile nelle pubblicità delle case automobilistiche. La fondamentale analisi condotta da Nicole Shukin nel suo saggio sulla mimesi della vita organica nell’industria automobilistica, ci mostra come, nelle immagini assimilabili alla rappresentazione culturale dei SUV, animalità e qualità predatorie vengano attribuite sia ai veicoli stessi, sia ai loro proprietari11. Shukin si concentra su una pubblicità del bestseller Saturn Vue, un SUV venduto da General Motors. Nel contesto di un paesaggio artico, vediamo illustrati i diversi abitanti delle regioni polari: lupi, conigli, orsi, renne e – ovviamente – anche il potente Saturn Vue. Shukin scrive che «equiparando l’automobile all’innesco biologico della vita animale, il discorso di Vue crea una sorta di mitologia della forza motrice del SUV e nasconde l’economia di potere che determina e regola la relazione carnivora che intercorre tra natura e cultura sotto il capitalismo»12.

Questo divenire animale dell’industria automobilistica, funziona come una soluzione mimetica alle crisi che possono incorrere in tutti i nostri ambienti – sociale, economico e “naturale”. Analizziamo un ulteriore esempio. Il Kodiak (Ursus arctos middendorffi) è il più grande orso bruno vivente ed abita un’isola omonima sita nell’Alaska sudoccidentale. Il nome dell’orso, leggermente modificato, è per coincidenza anche il nome del più grande veicolo prodotto dalla casa automobilistica ceca Škoda. Kodiaq è il SUV di punta di Škoda, pubblicizzato con lo slogan «Spinto da qualcosa di diverso», in riferimento ad un’economia libidica che “si ricollega” a processi ecosistemici,  mobilitandone il potente capitale naturale a vantaggio di chi utilizza quest’auto13. Tutto questo viene pienamente esplicitato nelle recenti pubblicità della Volkswagen Tiguan. Nello spot televisivo vediamo un gigantesco pallone aereostatico a forma di gorilla, alla King-Kong, mentre lo slogan assicura al pubblico che Tiguan è «Il nuovo re della giungla di cemento»14. Il secondo slogan è ancora più semplice: Tiguan è “In cima alla catena alimentare» – e così lo è il suo proprietario / conducente145.

Mettere l’enfasi sugli aspetti legati all’animalità e ad una certa brutalità nella rappresentazione culturale dei SUV, ci porta in direzione dell’analisi di alcuni cambiamenti nelle strategie di potere e controllo configuratesi nel tardo capitalismo. Di fronte alla possibilità che gli effetti combinati del cambiamento climatico, del degrado ambientale, dell’instabilità geopolitica, dei disordini civili o dell’impoverimento e della precarizzazione di grandi masse di persone generino una crisi irreversibile, il capitalismo mette in atto strategie capaci di innescare processi di adattamento alle nuove condizioni. Oltre alle già menzionate attività di privatizzazione della sicurezza e individualizzazione delle responsabilità, troviamo un ulteriore fattore – peraltro piuttosto evidente – nella diffusa militarizzazione del controllo statale, che si unisce ad una cultura sempre più affine a logiche para-militari in risposta ad una sempre più iniqua distribuzione sociale dei rischi16.

 

Un ulteriore indicatore di questa tendenza fondamentalmente conservatrice, che livella le possibilità di rischio17, può essere individuato nel progressivo assottigliarsi del divario tra tattiche e tecnologie militari e quelle delle forze di polizia, utilizzate principalmente in caso di proteste o rivolte o, più in generale, per contrastare le attività criminali18. Ad esempio, in produttore slovacco della tecnologia militare Božena, qualche anno fa ha introdotto il suo primo veicolo blindato destinato alla polizia, il BOZENA Riot, che sfrutta il suo “popolare” sistema anti-mina19.

Agendo come una recinzione mobile controllata a distanza, viene presentata come «la soluzione antisommossa definitiva», consentendo agli agenti di polizia antisommossa di preparare le strade e prendere posizione per disperdere la folla. Analogamente ai massicci cannoni ad acqua utilizzati ad Amburgo durante l’ultimo vertice del G20, la forza di queste macchine non si esercita solo tramite la loro funzionalità diretta, ma anche per mezzo del loro potenziale estetici20. D’altra parte, dal punto di vista individuale, l’esempio più eclatante a dimostrazione dell’esistenza di questo genere di tendenze paramilitaristiche, sta nella richiesta pubblica di una legislazione meno rigorosa relativa al possesso di armi da fuoco, che nel caso della Repubblica Ceca ha portato ad un emendamento costituzionale senza precedenti: l’emendamento permette a ogni cittadino ceco che sia legalmente in possesso di una pistola di farne legittimamente uso qualora sia necessario a tutelare la “sicurezza nazionale”21. Sfortunatamente, il significato di “sicurezza nazionale” non è sancito da alcuna legge; così, l’emendamento risulta aperto ad interpretazione. Queste regole potrebbero delineare futuri scenari catastrofici, nei quali i possessori di armi si sentiranno legittimati nell’affrontare in automonomia minoranze, rifugiati o altri gruppi non graditi.

 

Analizzando queste tendenze militaristiche, si ha l’impressione che i SUV, in ultima analisi, siano gli arieti da guerra dello spazio urbano, atti a distruggere tutti gli “eco-ciclo-terroristi” o i “migranti ostili” che dovessero avere l’ardire di transitare per un quartiere esclusivo. Il proprietario di un SUV può navigare territori rischiosi in totale sicurezza, forte di una magica sensazione di superiorità, garantita dall’aspetto e dalle caratteristiche di guida dell’auto (ad esempio, il conducente siede ben più in alto di quando farebbe a bodo di un normale veicolo, in modo che le altre persone coinvolte nel traffico siano subordinati al suo sguardo)22. Come afferma Lauer, «la differenza – in termini di altezza e peso – tra un SUV e un normale autoveicolo, comporta un notevole svantaggio per quest’ultimo e chi lo occupa. In caso di collisione con un SUV, gli occupanti di un’automobile hanno probabilità di perdere la vita 16 volte superiori»23. Quindi, non sarebbe esagerato sostituire il nome dei SUV in FUV – Fuck You Vehicles – per rappresentare meglio l’etica sociale implicita ad essi, come suggerito già nel 2003 dall’editorialista del New Republic Gregg Easterbrook.24

Ovviamente, i SUV sono un valido indicatore delle divisioni di classe nella società contemporanea25; nondimeno, la recente ondata di popolarità di SUV più piccoli ed economici ha determinato l’incrinarsi della loro solida analogia a modelli familiari consumistici nell’accezione vebleriana del termine, plasmandosi, piuttosto, nel contesto di un’articolazione sociale generale tendenzialmente paranoica26. Certamente, questa condizione potrebbe in parte derivare dalla generale precarietà lavorativa ed esistenziale intrinseca alle logiche del sistema neoliberale, un sentimento di cui si trova riflesso anche nella versatilità dei SUV: la stessa auto può essere utilizzata per il tempo libero (sport) e per il lavoro (utilità)27.

Se ne potrebbe quindi concludere che i SUV incarnino la perfetta rappresentazione della cultura materiale della paura e dell’ansia. Ma di che tipo di paura stiamo parlando? Il mio suggerimento è che questa paura non sia sufficientemente spiegabile come ansia o xenofobia collettiva o individuale – può essere fatta risalire alla nostra relazione profonda e intima con la morte e l’estinzione. Come cercherò di mostrare nelle sezioni seguenti, il SUV può essere reinterpretato come uno scudo esosomatico che facilita l’economia della morte e del vivere; le sue qualità animali culturalmente codificate si fondono con la sua spinta tanatotica a trasformare cadaveri fossilizzati di organismi morti in una scintilla che accende la forza motrice del veicolo.

Si può quindi concludere che i SUV rappresentino perfettamente la cultura materiale della paura e dell’ansia. Ma di che tipo di paura stiamo parlando? Il mio suggerimento è che questa paura non possa essere spiegata soltanto facendo ricorso a concetti come ansia o xenofobia collettiva o individuale, ma si potrebbe anche far risalire alle profondità nostra intima relazione con la morte e l’estinzione. Come cercherò di dimostrare nelle sezioni seguenti, il SUV può essere reinterpretato come uno scudo eso-somatico che facilita l’economia della morte e del vivere; le sue qualità animali, culturalmente codificate, si fondono con la sua spinta tanatotica a trasformare cadaveri fossilizzati di organismi morti [i combustibili fossili, NdR] nella scintilla che accende la forza motrice del veicolo. Si tratta, in definitiva, di un processore negentropico, che conserva la vita del suo operatore in cambio del decadimento dell’ambiente organico e inorganico circostante. L’idea di estinzione è cablata nel corpo robusto di questi magnifici veicoli di segregazione sociale ed economica per il XXI secolo.

 

 

 

 

2.Entropia ed estinzione

In Al di là del principio di piacere, Sigmund Freud espone la sua concezione relativa alla pulsione di morte e il modello energetico del sistema nervoso, terreno solido per le riflessioni di autori contemporanei come Ray Brassier, Reza Negarestani o il tristemente celebre Nick Land. Nell’originale quadro freudiano, ogni organismo è concepito come una sorta di superject  – un indice di interiorità che rappresenta una temporanea scissione organica dall’esteriorità inorganica28 . Un’esteriorità inorganica (cioè la morte) è lo stadio iniziale e anche quello terminale della vita organica. Freud scrive che «lo scopo di tutta la vita è la morte” e che, guardando indietro, “le cose inanimate esistevano prima di quelle viventi»29.

Per questo motivo, Ray Brassier parla della morte come la posterità anteriore di ogni essere vivente e porta questa sua tesi ad un ulteriormente generalizzazione equiparando la morte con l’orizzonte ultimo dell’esistenza cosmica in quanto tale. Allo stesso modo, poiché da un’eventuale morte solare deriverebbe l’impossibilità della vita sulla Terra, un’ipotetica morte termica dell’universo segna il limite di ogni essere che abiti lo spazio-tempo30. L’estinzione marca la fondamentale natura dell’essere-nel-mondo31. Un organismo può sopravvivere soltanto se vige una separazione temporale dall’ambiente esterno. Acquisisce uno scudo protettivo di materia inorganica, una membrana che facilita il metabolismo materiale-energetico, costruendo un flusso comunicativo tra esteriorità del mondo e interiorità della vita32. Tutto questo ci permette di utilizzare la termodinamica come chiave di lettura dell’economia della vita e della morte (e, di conseguenza, anche dell’essere e del nulla) nel contesto della psicoanalisi freudiana, dal momento in cui, partendo questa particolare idea di “guscio protettivo” o “sfera”, siamo in grado di costruire logiche generali, iniziando così a parlare della nozione termodinamica di un sistema negentropico.

Questi sistemi si comportano in modo tale da tentare di mantenere la loro condizione entropica interna a livello costante per un dato periodo di tempo33. Per farlo, nondimeno, finiscono inevitabilmente per modificare l’entropia dell’ambiente in cui sono incorporati. Nicolas Georgescu-Roegen, economista, figura seminali nell’ambito dell’economia ecologica, parla di questi sistemi facendo riferimento ad un’osservazione di Erwin Schrödinger, secondo la quale “la vita sembra sfuggire al degrado entropico a cui è soggetta la materia inerte. La verità è che qualsiasi organismo vivente, in ogni momento, semplicemente si sforza di compensare la propria continua degradazione entropica succhiando bassa entropia (negentropia) ed espellendo alta entropia”34.

Ovviamente, potremmo aggiungere che un simile comportamento si riscontra non soltanto negli organismi viventi, ma anche da grandi composti di materia vivente e non vivente, come i sistemi socio-economici o i pianeti. La vita e l’essere si rivelano nient’altro che tortuose e costose deviazioni rispetto ad uno stato di pacifica dissoluzione; contrazioni temporanee di energia e materia che successivamente si dissolvono in stati entropici superiori35. La materia è indice di interiorizzazione dell’abisso cosmico, la vita organica è indice di interiorizzazione della materia inorganica36. La differenza che costantemente intercorre, in termini evolutivi, tra materia organica e inorganica, può quindi essere interpretata alla stregua di un processo a lungo termine finalizzato a raggiungere stati dell’essere più complessi ed elevati; un processo che trasporta con sé ogni cosa, dall’intensità qualitativa all’estensione quantitativa.

 

La seconda legge della termodinamica obbliga la materia organica ad intraprendere una traiettoria necessariamente dissipativa: così sembra che non esista via di scampo dall’infinita regressione dell’essere. Tuttavia, Negarestani sottolinea che la “scissione traumatica dall’esteriorità inorganica o qualsiasi altra esteriorità precedente, determina la possibilità della vita, ovvero opportunità energetiche”. Queste opportunità possono essere volte a sostegno l’attività vivente. È qui che Negarestani intravede la possibilità di innescare la partecipazione: il problema del consumo e della distribuzione di queste risorse energetiche è infatti una questione politico-economica, di natura aperta37. A questo punto, Negarestani fa riferimento a Nick Land e alla sua concezione di capitalismo nichilista e inumanista, criticandolo per aver ignorato le opportunità che possono venirsi a configurare proprio in relazione ai tratti del decadimento organico.
Secondo Land, il capitalismo rappresenta una tendenza dissipativa che facilita la regressione della materia organica verso l’esteriorità inorganica38. È una tendenza aliena e inumana, una tempesta perfetta di assoluta deterritorializzazione39. Land celebra tutto questo come l’obiettivo finale di tutti i processi di accumulazione capitalistica in atto, unica via all’emancipazione disumana. Negarestani contesta questa soluzione, ritenendola reazionaria e conservatrice, dal momento in cui una simile prospettiva ignora le possibili linee di fuga da questa traiettoria di decadimento predeterminata,  intrinsecamente assegnata ad ogni organismo individuale; linee di fuga che possono essere intraprese per mezzo della partecipazione, stimolando combinazioni di inedite forme di economia politica dell’energia e della materia40. Il capitalismo, quindi, rappresenta un modo di morire e lasciar morire (cioè vivere e lasciare vivere) intrinsecamente privo di fantasia, noioso. Negarestani chiama questo regime necrocrazia, suggerendo “che l’organismo deve morire o legare il precursore esterno in modi che le sue condizioni di conservazione o l’ordine economico possono permettere”41. Nella logica necrocratica, la pulsione di morte viene subordinata ad opportunità energetiche insite all’organismo stesso, negando qualsiasi pratica trascendentale potenzialmente in grado di amplificare le risorse accessibili per il sostentamento della vita individuale. Sotto la necrocrazia capitalista, tutti viviamo e moriamo soli. Nella prossima sezione, vedremo finalmente come i SUV contribuiscono al crescente proliferare di questo regime necrocratico.

 

 

 


3.La gestione delle contingenze
L’abbandono capitalista della trascendenza intra-mondana, che ha come risultato l’orribile solitudine dell’essere (e del morire), mistifica gli aspetti politici e tecnologici della necrocrazia.
Termini come necropolitica e necrotecnica possono essere spesi in relazione al capitalismo, come accade, ad esempio, nel pensiero di Achille Mbembe o Marina Gržinic42. Se Foucault ha correttamente osservato che la vita è socialmente costruita sotto un dato regime biopolitico, Mbembe e Gržinic articolano lo stesso discorso per quanto riguarda morte: anche i modi in cui si può morire sono fabbricati e le loro differenze si conformano a quelle che intercorrono tra le disuguaglianze sociali, economiche e ambientali di una data epoca. Non ci sono persone naturalmente esposte alla morte più di altre – le loro condizioni sono costruite così. Il principio necropolitico chiave sta nell’ineguale distribuzione di rischi ed incertezze43. Vivere in un quartiere povero, carente di e nelle infrastrutture pubbliche, aumenta le possibilità di morirea causa di un incidente. Come sottolinea Mbembe, questi modelli necropolitici ricalcano spesso le linee dei discorsi razzisti e delle pratiche di segregazione44.

Queste considerazioni di natura politica possono indirizzare la nostra attenzione verso le configurazioni tecnologiche che permettono a queste modalità necrocratiche di prosperare. È in tal senso che Brassier invita a concentrarsi su una “sintesi originaria di techné e physis“, poiché non esiste alcun regno naturale che possa venir chiaramente distinto da quello artificiale e tecnologico45.

L’organizzazione tecnica della necrocrazia capitalista, nella maggior parte dei casi, si limita ad offrire solo soluzioni che siano in definitiva protesi in grado di incapsulare gli individui nei suddetti gusci protettivi, di farlo progressivamente, trasformandoli loro stessi padroni, nei responsabili unici di rischi e sicurezza. Sul piano sovrapersonale, questo modello securitario si replica nelle gated communities nelle quali operano società di sicurezza private o in quei prodotti assicurativi che garantiscono risarcimenti per eventi futuri non esattamente probabili. La mia tesi personale è che, seguendo questa logica, i SUV possano essere proposti come simboli di questo regime necrotecnico. Sono macchine predatrici che succhiano combustibili fossili a bassa entropia e li bruciano in lande altamente entropiche, innescando decadenti economie necropolitiche – alcuni muoiono, per il bene di chi rimane in vita. In altre parole, assicurano la vita del proprietario / conducente a discapito altrui. Si può interpretare questa dinamica di sicurezza come una modalità gestione delle contingenze46, che si discosta dalla riduzione del rischio nella misura in cui, mentre la seconda è intrinsecamente preventiva e mitigativa, la prima tende a non impedire determinati risultati, e piuttosto si impegna ad anticipare e predisporre specifici scenari in risposta ad essi. Invece di evitare eventi catastrofici, abita deliberatamente (e positivamente) il piano delle catastrofi47. Quindi, ontologicamente parlando, la gestione delle contingenze procede coprendo uno spazio sufficientemente ampio di condizioni alternative di una data entità, dispiegate simultaneamente, costellando così il suo orizzonte di possibili stati di cose futuri e assicurandosi un percorso preferenziale da spianare sfruttando le contingenze come medium. Un’entità che pratica questo tipo di procedure, finisce inevitabilmente per occupare contemporaneamente molteplici territori paralleli, un ampio ventaglio di possibili storie. Opera in modalità trans-mondane e trans-finite – allinando così la nostra nozione di contingenza a quelle formulate da Quentin Meillassoux o Elie Ayache48.

Per i SUV, il terreno d’azione definitivo è il campo della pura contingenza. Il veicolo si assicura, simbolicamente, la posizione di punta nella catena alimentare entropica, amplificando la capacità di resilienza ai suoi utenti. Ragionando sul piano della contingenza, la resilienza può essere intesa come la capacità di resistere agli eccessi distruttivi  planetari o cosmici, ovvero la capacità di colmare quelle lacune, presenti nel tessuto della contingenza, che potrebbero lasciar penetrare una tempesta catastrofica sulla scena dell’altresì lenta e conservativa destituzione dell’organismo. A proposito dei SUV e questo legame di contingenza-resilienza, la pubblicità della Jeep Cherokee è più che significativa: «OK, è notevolmente sovra-ingegnerizzata, per accompagnare i tuoi figli a scuola. E quale sarebbe il problema, precisamente?»49 Torniamo così al punto di partenza: quella sorta di sindrome collettiva che ci spinge a poter disporre di più del necessario, nell’eventualità in cui si verifichi  un incidente. Fortificare i corpi chiudendoli in capsule hi-tech è una tecnica gestionale che sfrutta le contingenze come mezzo per far sì che l’agente [il conducente, NdR] assuma una posizione vantaggiosa, una posizione che gli assicuri la possibilità di un’esistenza futura, a coprire l’ampia rosa di possibili evoluzioni dello stato delle cose. Il punto non è evitare la morte, ma accumulare un numero di cadaveri sufficiente a creare un divario tra il decadimento dell’organismo individuale privilegiato e quello del suo ambiente. In conclusione, la gestione delle contingenze può essere intesa come strategia di mantenimento opportunistico delle strutture di potere esistenti, così come delle ingiustizie sociali, economiche o ambientali. Finalmente, il cerchio tra morte, entropia, contingenza e potere è del tutto esplicito. I SUV sono espressioni simboliche del meccanismo di secessione neo-feudale nelle in atto nelle strutture planetarie di capitale e potere50 e sbarrano la strada ad ogni possibilità di sviluppare strategie di gestione collettiva delle contingenze che assicurerebbero la dignità del vivere e del morire a tutte le creature, su questa roccia cosmica chiamata Terra.

 

 

4. P.S. Andiamo a morire insieme!

Elaborare una strategia di emancipazione che contrasti questa tendenza decadente e conservatrice, richiederebbe un pensiero inumano, esterno al capitale – come suggerisce Negarestani51. Possiamo avvicinarci a concepire la morte come alterità radicale, che disincanta il mondo di ogni significato, sia subordinandoci al suo potere alienante, sia tramite un gioco allegro, un esercizio speculativo atto alla creazione di nuovi concetti. Bisognerebbe cessare di essere forza umana, proprio per uscire dall’Antropocene. Le tendenze compagne del disincanto scientifico e della razionalizzazione, possono essere pensate anche al di fuori della tempesta del capitale che sempre più ci indebolisce: possono essere pensate come indicatori di opportunità di partecipazione che consentano di trascendere l’orizzonte necrocratico del capitalismo grazie a nuove forme di vita e di morte. La morte solare è inevitabile; non lo è, invece, la prosecuzione del regime di necrocrazia capitalista che ha portato il pianeta a surriscaldarsi fino a raggiungere l’estinzione di massa. Possiamo morire da soli o insieme. A cosa diamine ci serviranno tutti quei SUV luccicanti? Bruciamoli e basta, per il bene dei vivi e dei morenti.

 

 

[1] Nicolas Georgescu-Roegen, “Energy and Economic Myths”, Southern Economic Journal 41(3), 1975, p. 369.

[2]  Setha Low, Behind the Gates. Life, Security, and Happiness in Fortress America, Routledge, London and New York, 2003, pp. 9–12.

[3] Claire Provost, “Gated communities fuel Blade Runner dystopia and ‘profound unhappiness’,” The Guardian, 2. 5. 2014, https://www.theguardian.com/global-development/2014/may/02/gated-communities-blade-runner-dystopia-unhappiness-un-joan-clos (accessed 28.08.2017).

[4] Edward J. Blakely – Mary Gail Snyder, Fortress America. Gated Communities in the United States, Brookings Institution Press, Washington, 1997, pp. 1-3.

[5] Josh Lauer, “Driven to extremes: Fear of crime and the rise of the sport utility vehicle in the United States,” Crime, Media, Culture 1(2), 2005, p. 159.

[6] The ontology of envelopes was developed by Peter Sloterdijk in Spheres. Volume 1: Bubbles. Microspherology, Semiotext(e), Los Angeles, 2011.

[7] Allan Cochrane – Deborah Talbot, Security: Welfare, Crime and Society, Open University Press, Maidenhead, 2008, p. 42.

[8] Josh Lauer, “Driven to extremes: Fear of crime and the rise of the sport utility vehicle in the United States,” Crime, Media, Culture 1(2), 2005, pp. 152–154.

[9]  David Campbell, “The Biopolitics of Security: Oil, Empire, and the Sports Utility Vehicle,” American Quarterly 57(3), 2005, pp. 943–946.

[10]  Una versione ancor più esplicita di una questo tipo di capsula mobile è l’elicottero. In città come San Paolo, l’intenso traffico di questi veicoli è giustificato dall’utilizzo che ne fanno gli strati sociali più alti a spostarsi agevolmente al di sopra della rete urbana “pericolosa”. Si veda il sito web ufficiale del fornitore di servizi per elicotteri Voom (https://www.voom.flights/) e il report  di Bloomberg (https://www.bloomberg.com/news/articles/2016-06-21/uber-lets-you-hail-a-helicopter-in-brazil-for-63) (both accessed 28.08.2017).

[11]  Nicole Shukin, “The mimetics of mobile capital,” in Steffen Böhm – Campbell Jones – Chris Land – Matthew Paterson (eds.), Against Automobility, Wiley-Blackwell, New Jersey, 2006, pp. 150–174.

[12] Ibid, p. 159.

[13]  https://www.youtube.com/watch?v=y7BzCbDdiaI (accessed 28.08.2017).

[14]  https://www.youtube.com/watch?v=ZxSua7cV-tw (accessed 28.08.2017).

[15]  https://www.youtube.com/watch?v=_zx9EcHTI-k (accessed 28.08.2017).

[16]  David Campbell, “The Biopolitics of Security: Oil, Empire, and the Sports Utility Vehicle,” American Quarterly 57(3), 2005, p. 957.

[17]  Josh Lauer, “Driven to extremes: Fear of crime and the rise of the sport utility vehicle in the United States,” Crime, Media, Culture 1(2), 2005, p. 159.

[18]  https://www.youtube.com/watch?v=XTMMzp5actM (accessed 28.08.2017).

[19]  https://www.youtube.com/watch?v=WaATRpkm-ws (accessed 28.08.2017).

[20]  https://www.youtube.com/watch?v=33UfuvPh5AM (accessed 28.08.2017).

[21] “Czech parliament moves to legalise firearm ownership,” BBC News, 29. 6. 2017, http://www.bbc.com/news/world-europe-40438378 (accessed 28.08.2017).

[22] David Campbell, “The Biopolitics of Security: Oil, Empire, and the Sports Utility Vehicle”, American Quarterly 57(3), 2005, p. 958; Stef Aupers et al. “Beyond the domestication of nature? Restructuring the relationship between nature and technology in car commercials”, European Journal of Cultural Studies 15(1), 2012, p. 6.

[23] Josh Lauer, “Driven to extremes: Fear of crime and the rise of the sport utility vehicle in the United States”, Crime, Media, Culture 1(2), 2005, p. 150.

[24] Ibid, p. 165.

[25] Steffen Böhm – Campbell Jones – Chris Land – Matthew Paterson, “Introduction: Impossibilities of automobility”, in Steffen Böhm – Campbell Jones – Chris Land – Matthew Paterson (eds.), Against Automobility, Wiley-Blackwell, New Jersey, 2006, p. 8.

[26] See Thorstein Veblen, The Theory of the Leisure Class, Oxford University Press, Oxford and New York, 1899 [2009].

[27]  Allan Cochrane – Deborah Talbot, Security: Welfare, Crime and Society, Open University Press, Maidenhead, 2008, p. 42.

[28] Reza Negarestani, “Drafting the Inhuman: Conjectures on Capitalism and Organic Necrocracy”, in Levi Bryant – Nick Srnicek – Graham Harman (eds.), The Speculative Turn. Continental Materialism and Realism, re.press, Melbourne, 2001, p. 187.

[29] Sigmund Freud, Beyond the Pleasure Principle, W. W. Norton & Co., London and New York, 1961, p. 32.

[30] “[T]he solar catastrophe needs to be grasped as something that has already happened; as the aboriginal trauma driving the history of terrestrial life as an elaborately circuitous detour from stellar death.” Ray Brassier, Nihil Unbound, Palgrave Macmillan, New York, 2007, p. 223.

[31]  Ibid, p. 224.

[32]  Sigmund Freud, Beyond the Pleasure Principle, W. W. Norton & Co., London and New York, 1961, p. 21.

[33]  Erwin Schrödinger, What is Life?, Cambridge University Press, Cambridge, 1944 [2001]. pp. 67–75.

[34] Nicolas Georgescu-Roegen, “Energy and Economic Myths”, Southern Economic Journal 41(3), 1975, p. 353.

[35] Reza Negarestani, “Drafting the Inhuman: Conjectures on Capitalism and Organic Necrocracy”, in Levi Bryant – Nick Srnicek – Graham Harman (eds.), The Speculative Turn. Continental Materialism and Realism, re.press, Melbourne, 2001, pp. 183–184.

[36]  Ibid, p. 189.

[37]  Ibid, p. 187.

[38]  Ibid, pp. 183–184.

[39]  Reza Negarestani, “Drafting the Inhuman: Conjectures on Capitalism and Organic Necrocracy”, in Levi Bryant – Nick Srnicek – Graham Harman (eds.), The Speculative Turn. Continental Materialism and Realism, re.press, Melbourne, 2001, p. 188.

[40]  Ibid, p. 193.

[41]  Ibid, p. 193.

[42] Achille Mbembe, “Necropolitics”, Public Culture 15(1), pp. 11–40; Marina Gržinic, “Biopolitics and Necropolitics in relation to the Lacanian four discourses”, Simposium Art and Research: Shared methodologies. Politics and Translation, Barcelona, 6.-7. 9. 2012.

[43] Here, necropolitics follows the line of old sociological argument made by Ulrich Beck in Risk Society, SAGE Publications, Thousand Oaks, 1992.

[44] Achille Mbembe, “Necropolitics”, Public Culture 15(1), pp. 16–17.

[45]  Ray Brassier, Nihil Unbound, Palgrave Macmillan, New York, 2007, p. 225.

[46]  È importante notare che quando si parla di contingenza, non si dovrebbe ridurre la discussione al discorso sulle possibilità formalmente definite. Al contrario, ci si dovrebbe avvicinare a questo concetto riferendosi alla vera “materia” metafisica definita positivamente (cioè come entità assoluta indipendente dalla mente), come fa Elie Ayache in The Medium of Contingency, Palgrave Macmillan, 2015.

[47]  Claudia Aradau – Rens van Munster, Politics of Catastrophe. Genealogies of the Unknown, Routledge, London and New York, 2011, p. 1–3.

[48] Quentin Meillassoux, After Finitude, Continuum, London, 2009; Elie Ayache, The Medium of Contingency, Palgrave Macmillan, 2015.

[49] David Campbell, “The Biopolitics of Security: Oil, Empire, and the Sports Utility Vehicle”, American Quarterly 57(3), 2005, p. 960.

[50]  Benjmain Bratton, The Stack. On Software and Sovereignty, MIT Press, Camrbidge (MA), 2016. p. 143.

[51] Reza Negarestani, “Drafting the Inhuman: Conjectures on Capitalism and Organic Necrocracy”, in Levi Bryant – Nick Srnicek – Graham Harman (eds.), The Speculative Turn. Continental Materialism and Realism, re.press, Melbourne, 2001, pp. 199–201.