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Workshop_3 Self-bar
Condotto da Michel Blazy
luglio 2008
a cura di Orietta Brombin
AEF/PAV
Self Bar di Michel Blazy ripercorre la processualità cara all’artista francese: i passaggi che vanno dalla “cura” – l’assorbimento delle vitamine del succo degli agrumi – alla “scultura”, composizione etico-estetica degli scarti dei frutti, impilati e osservati nella loro trasformazione.
Self Bar è uno spazio a metà tra un luogo conviviale, d’incontro e un angolo di supermercato. Gli arredi sono funzionali al consumo di bevande ottenute dalla spremitura manuale di agrumi, ma la vetrina refrigerata, che solitamente contiene prodotti in vendita nella grande distribuzione, in questo caso serve a conservare quella parte dei frutti che buttiamo perché inutili.
In questa, come in altre sue opere, sculture, installazioni e video, Michel Blazy utilizza materie alimentari naturali – spesso commestibili – tratte dal repertorio acquistabile nei grandi magazzini insieme ad altri materiali organici. Ma il vero artefice delle sue opere è il tempo. La vita dell'opera d'arte trascorre nel rapporto che essa ha con lo spettatore e dipende interamente dai fenomeni della dissoluzione, della putrefazione e del mutamento strutturale che avvengono con i tempi inscritti nei diversi processi fisiologici.
La processualità operativa adottata da Michel Blazy, nel workshop SELF BAR (Lungo un anno) ha incrociato un’estetica differente, ma sempre basata sulla consapevolezza degli atti: quella di John Baldessari. Il celebre tormentone performativo dell’artista americano, che nel 1971 ribadiva con “I Am Making Art” il suo totale assorbimento nell’azione artistica dell’”essere”, si è tradotta nell’esperienza collettiva del workshop nel video I am making art (food) grazie all’esposizione delle azioni del tagliare, spremere, versare e bere il succo vitaminico degli agrumi.
Attraverso una videocamera e l’utilizzo del bianco e nero, l’omaggio a John Baldessari che, proprio in quei giorni, aveva ricevuto – con Yoko Ono – il Leone d’oro alla carriera alla 53° Biennale di Venezia su proposta di Daniel Birnbaum, ha avvicinato i partecipanti ad un’estetica dinamica, attenta ai gesti della vita quotidiana e alle implicazioni creative del cibo, parte fondamentale del nostro processo biologico.
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